Alla ricerca del fantasy italiano

da | Apr 29, 2026 | Approfondimenti

Si parla molto di fantasy italiano ma cosa significa nello specifico? Quali sono i suoi elementi?

Come ottenere il bollino ‘DOP’

In questo articolo voglio proporre la mia definizione, analoga al test di Bechdel che individuerebbe l’impatto dei personaggi femminili nei film.

Un fantasy può dirsi italiano se:

  1. Almeno due protagonisti fanno gesti con le mani;
  2. Un piatto a base di pane con salsa di pomodoro e latticini viene mangiato (o menzionato);
  3. Esiste un’associazione parallela allo stato di stampo criminale.

Come satira potevo fare di meglio, ma il problema della definizione è reale.

Partiamo per esclusione: il fantasy italiano non è, necessariamente, fantasy scritto da autori italiani. Altrimenti basterebbe presentarsi in casa editrice con la carta d’identità (e magari l’albero genealogico a tre generazioni), tutto per autenticare magari l’ennesimo clone di Tolkien.

Ovviamente dobbiamo liberarci di un certo nazionalismo becero (va molto di moda in questo decennio) che vede in tutto ciò che è straniero il suo comodissimo nemico naturale. Ma il nazionalismo è retorica vuota e può produrre solamente libri altrettanto vuoti: non possiamo pretendere che libri prodotti in Italia siano migliori solo in virtù della loro nazionalità.
Detto questo, fare arte è soprattutto essere in dialogo con i propri colleghi. Gli scrittori della mia generazione, così come chi si approccia al fantasy adesso, lo fanno con un bagaglio culturale caratterizzato da opere come Il Signore degli Anelli o Dungeons & Dragons. L’uno è il tentativo di creare un’epica condivisa per l’Inghilterra moderna, l’altro la rielaborazione pop di decine e decine di tropi dei pulp magazine americani. Entrambi sono influenze culturali forti, ma un po’ lontani dal nostro sentire.

Almeno secondo gli addetti ai lavori, negli ultimi anni staremmo assistendo a una cosiddetta ‘rinascita del fantasy’ (in italiano o italiano, ai posteri l’ardua sentenza). Il segnale è positivo, ma non ci aiuta particolarmente con la nostra definizione, anzi: a essere smaliziati potremmo pensare che quella del fantasy italiano sia solo una trovata di marketing.

Cerchiamo di capire insieme se c’è valore in questa definizione e com’è stata declinata.

Facciamolo storico

Una variante molto gettonata è quella storico-geografica: se infatti gran parte del fantasy anglosassone si riferisce a un medioevo idealizzato nord-europeo, sembra naturale fare la stessa operazione con periodi storici nello stivale, intercettando, magari, i fan del romanzo storico.

In questo contesto è impossibile non citare il medioevo, sul quale ci siamo già espressi in ‘Medioevo immaginario: da dove proviene il fantasy?‘. Ma è ben lontano dall’essere l’unico periodo di interesse. L’Impero Romano (qui inteso dagli albori di Roma in poi) mantiene sempre una certa attrattiva. In misura minore, al Rinascimento e il Risorgimento possono fornire l’ambientazione richiesta.
Trarre ispirazione dalla storia è sicuramente valido, mi ci risultano dei possibili punti deboli.

L’ibridazione con il romanzo storico prevede che l’autore si documenti al livello di un esperto per restituire un quadro accurato del periodo. Un fantasy storico che fallisca sotto questo aspetto scontenterà molti suoi lettori e (peggio) farà un disservizio alla materia trattata. Ma l’accuratezza storica è in necessario disaccordo con l’elemento fantastico. L’abilità di fare magie – pensiamo alla classica palla di fuoco – crea un effetto farfalla devastante, In generale qualsiasi elemento magico o fantastico, anche il più leggero, modificherebbe la storia in maniera sostanziale, tanto da rendere quella della rappresentazione accurata una pretesa inutile.

Insomma, il rischio è di rendendo il periodo storico di riferimento un gioco di specchi, una pretesa svuotata di ogni significato.

Non è detto che questa differenza di intenti non possa essere superata dal patto con il lettore. Possiamo accettare l’antica Roma di Megàlo nonostante la presenza dei robottoni e avere una buona lettura che rimane in spirito fedele alla Roma dell’epoca.

Ma esiste un secondo problema: la componente storico-geografica potrebbe non essere sufficiente a garantire l’etichetta ‘italiana’. Rimaniamo con l’esempio dell’impero romano: tutti i paesi affacciati sul mediterraneo avrebbero lo stesso diritto di reclamarlo per i loro libri fantasy. La Spagna può vantare i suoi imperatori, così come può la Turchia, e la storia dell’impero è caratterizzata dai suoi continui squilibri di potere – basti pensare al periodo dei quattro imperatori, o del graduale spostamento a Est che porterà poi all’impero bizantino.

Lo stesso problema accade spostandosi più avanti nel tempo. Si possono fare cose interessanti con le città-stato dell’Italia dei comuni e subito dopo con i periodi di dominazioni spagnola e austriaca. Ma anche qui, a meno di non ricalcare gli eventi con una precisione asfissiante, ci accorgeremo che stiamo parlando di tropi abbastanza generici. A città-stato dobbiamo immediatamente specificare se stiamo parlando di Italia, Grecia antica o di Piltover di Arcane; e di dominazioni straniere è piena la storia del mondo.

Restituire una sensibilità italiana autentica del periodo storico di riferimento è una falsa pista, anche perché in molti di quei periodi storici l’idea di Italia era inesistente, abbozzata o fondamentalmente diversa da come la intendiamo oggi.

Antecedenti mon amour

Venuti meno gli antecedenti storici, dobbiamo scomodare qualcos’altro. Se qualsiasi autore inglese può (o deve?) confrontarsi con quel gigante che è Tolkien, cosa dovremmo fare noi?
La domanda potrebbe generare un attimo di imbarazzo. La tentazione è quella di guardarsi negli occhi, scrollare le spalle, e concludere che il fantasy in Italia non sia esistito prima della pubblicazione delle Cronache del Mondo Emerso di Troisi. Senza nulla togliere alle Cronache – il cui successo editoriale ha probabilmente riaperto un filone – staremmo commettendo un errore.

Se vi parlassi di un romanzo dove un’armatura vuota segue con un certo distacco le gesta di Orlando e degli altri cavalieri di Carlo Magno riconoscereste immediatamente un fantasy di ispirazione epico e medievale. Vi sfiderei a non definirlo italiano una volta chiarito che sto parlando del Cavaliere Inesistente di Calvino.
La trilogia I Nostri Antenati, che comprende anche il Barone Rampante e il Visconte Dimezzato, dovrebbe essere la base del fantasy italiano moderno; quello che per gli inglesi è Tolkien.

Eppure questo riconoscimento di paternità si fa raramente (o quasi mai). Da una parte è normale provare una comprensibile ritrosia nell’accaparrarsi un mostro sacro come Calvino (io stesso provo un certo timore). Dall’altra, subiamo un pregiudizio storico contro tutto quello che non sia letterario: abbiamo interiorizzato la differenza tra Letteratura Alta (maiuscole obbligatorie) e letteratura di consumo, di cui il fantasy contemporaneo è uno dei figli più commerciali.

Dovremmo forse scendere a patti con l’idea che per anni l’elemento fantastico in Italia è stato veicolato dal folklore, dalla credenza popolare e dalla fiaba. Da questo punto di vista siamo una terra ricchissima, se non fosse che è difficile comunicare i regionalismi specifici (per esempio, il mostro Gigiat) fuori dal proprio territorio ristretto. E la fiaba è ancora di più legata alla letteratura per l’infanzia, quindi non per adulti; scordandoci anche questa volta di autori come Buzzati (ne La Famosa Invasione degli Orsi in Sicilia) o perché no, Collodi col famosissimo Pinocchio.

Calvino, a Benni e Buzzati possono anche essere indicati come i capostipiti del realismo magico italiano. Il realismo magico è un genere un po’ speciale – per la sua capacità di essere talvolta accettato nella letteratura mainstream – ma dobbiamo ricordarci che formalmente è ancora sotto l’ombrello del fantastico.

Il gap culturale

Se esiste una distanza tra Calvino e il fantasy prodotto in Italia degli ultimi vent’anni è per via di un mix della pressione culturale estera unito allo snobismo della letteratura cosiddetta “alta”. Non riconoscere la validità di un genere al di là delle sue potenzialità di consumo – cioè, rifiutare l’esistenza di un possibile fantasy letterario per adulti – lo relega in uno spazio marginale, indesiderabile e secondario.

Farsi prendere sul serio come scrittori, per molto tempo e tuttora, vuol dire non scrivere fantasy. Ma l’elemento fantastico non può pregiudicare da solo la bontà di un libro. Altri generi della letteratura di consumo hanno subito questo tipo di pregiudizio, si pensi al giallo; ma il giallo ha avuto dalla sua decine di autori illustri che si sono fatti strada (forse anche sgomitando), fino ad ottenere il riconoscimento dovuto e fino alla creazione di sottogeneri incredibilmente specifici (si pensi al Noir Mediterraneo).

Per il fantasy (e l’horror, la fantascienza, e il realismo magico per estensione) questo processo non è avvenuto. Gli autori italiani devono lavorare nella terra bruciata fatta da decenni di pregiudizi che vuole il fantasy relegato nella letteratura ‘semiseria’, ‘infantile’ e di poco valore. Tanto che la presenza di elementi fantastici in un libro viene spesso ‘nascosta’, pur di non pregiudicare le vendite e la critica; penso al caso recente de Il Custode di Ammaniti, formalmente un thriller.

Questo genera un circolo vizioso che non abbiamo ancora del tutto scardinato.

Conclusione – ovvero la parte costruttiva

Se non possiamo confondere il fantasy italiano con il fantasy scritto da autori italiani, né con il fantasy ambientato in Italia, cosa ci resta? Questa definizione ha ancora senso?
Fermo restando che i generi letterari sono categorie di marketing circostanziate dal loro periodo storico… crediamo che ci sia ancora spazio per parlare di fantasy italiano.

Potremmo concentrarci sul restituire una sensibilità italiana moderna, ovvero attuale; fantasy sì, ma mediato dall’esperienza specifica di essere italiani. Chiaramente una ‘sensibilità’ è qualcosa di necessariamente fumoso; una vibe; e come tutte le discussioni sui generi, è qualcosa di soggetto all’interpretazione e alla critica.

Un autore italiano può tranquillamente scrivere un fantasy e codificarlo così strettamente in tropi esteri tanto da nascondere la parte che lo renderebbe tipicamente italiano; e questo non sarebbe né un merito né un demerito. Allo stesso modo, un autore estero potrebbe restituire un’esperienza così precisa e immediatamente riconoscibile da meritarsi l’appellativo di fantasy italiano (penso come esempio specifico al film d’animazione Porco Rosso).

Di conseguenza, il fantasy italiano sarebbe quello che riesce a trasporre in un contesto fantasy una nostra esperienza specifica e riconoscibile. Ma come speriamo di aver dimostrato, promuovere il fantasy italiano significa principalmente non farne una questione di orgoglio nazionale, né di geografia. Si tratta invece di rispondere alla domanda: in che modo il contesto fantastico restituisce l’italianità moderna, qualunque cosa essa sia?


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3 Commenti

  1. Valentina Presotto

    Trovo questo articolo un po’ controverso, per me.
    Condivido il pensiero che “italiano” non è giuatificaticativo di “bello”, ma mi sembra che venga travisato il movimento di valorizzazione del genere. Sostenere il fantasy italiano non significa saltare il discernimento tra i libri di qualità e quelli di 💩
    Come su tutto.

    Come grande scrittore italiano di fantasy, in effetti Calvino non è il primo che mi viene in mente perché per me resta sempre Dante. Anche se capisco che definirlo ‘italiano’, nell’epoca dei comuni, non sarebbe coerente con la tesi dell’articolo. Come il fatto che la Divina Commedia non è scritta in prosa.
    Eppure è considerato uno dei padri fondatori della cultura letteraria italiana. Se chiedi a una persona qualsiasi di che nazionalità era Dante, credo che siano in ben pochi a rispondere “fiorentino” e che la maggioranza risponderà “italiano”.

    Come ultima cosa non ho capito il concetto che per ‘fantasy italiano’ non si indica un libro di genere fantasy, scritto da una persona italiana, perché credo che definizine sia proprio questa, invece. Cosa che comunque, ribadisco, non è automaticamente sinonimo di qualità, come, invece, sembra sostenere l’articolo.
    Un urban fantasy ambientato a New York, con personaggi americani e dinamiche coerenti con l’ambientazione, ma scritto da un autore italiano è, di fatto, un fantasy italiano, anche se di italianità non c’è traccia nel libro, se non nel nome dell’autore (e spesso neanche in quello, perché paradossalmente ci inglesizziamo per cercare di dissociarci dal genere “fantasy italiano”).

  2. Gaia

    Sono felice che sia stato scritto questo articolo, perché ha portato a un bel dibattito ed è qualcosa che serve tantissimo, quindi tanto amore per quello.
    Mi sembra cortese cercare di spostarlo in parte qui.

    Ritengo proprio sbagliata la posizione da cui parti. Il movimento “per il fantasy italiano” nasce da tre spinte ben precise: la resistenza italica al fantastico (che ha tutte le sue ragioni storiche e culturali e da cui non ci si smuove) che citi; la nostra esterofilia (o americanofilia?) per cui la stessa identica cosa scritta da Gaia Facchetti e Merry Porter viene percepita diversamente; il boom degli anni 2000s che sull’onda del successo di HP e Eragorn e di LOTR al cinema ha spinto le big a pubblicare qualsiasi quattordicenne acerbo, che tanto è fantasy no? È per ragazzini e di scarso valore, no?
    E ancora la stiamo scontando, quell’ondata di investimenti e flop.
    Quindi no, hai ragione, non esiste il “fantasy italiano” come fantasia autarchica, ma esiste un movimento di editoria indipendente che ha cercato negli anni di pezzare queste tre minchiate. Soprattutto la seconda, che per davvero tanto tempo ha portato autrici e autori a improbabili nom de plume anglosassoni per sperare di vendere.

    Se proprio, come rilevi, il “nostro fantasy” è mediterraneo e non ne capisco il problema: ammesso che il nostro immaginario fantastico condivide molti tratti con altre culture mediterranee, non vedo perché questo dovrebbe impedire di parlare di fantasy italiano: molte tradizioni letterarie si definiscono per aree linguistiche o di mercato pur contenendo al loro interno sensibilità diverse (infatti parliamo di fantasy anglosassone, ma non è che britannici e statunitensi siano la stessa cosa, e un autore creolo non ha la sensibilità di uno newyorkese: è chiaro che si generalizza e che poi sono le singole voci individuali a contare).

    Ma quell’etichetta (che non deve essere valoriale: un fantasy italiano è un libro quanto un thriller norvegese, non significa sia bello, ma nemmeno brutto a prescindere) è appunto da intendersi come “raga facciamo vedere come un nome italiano sulla copertina sia una delle variabili in gioco, e non una condanna allo schifo”. E se qualcuno ha dubbi in proposito, in Italia Scalzi vende poco perchè viene preso per italiano, nonostante non lo sia (o almeno, così dice Fanucci). “Sostenere il fantasy italiano” non è cercare racconti con pizza fichi e mandolino, ma cercare voci che raccontino al loro storia (che può anche essere una copia becere di Tolkien) e che non vengano condannati a prescindere per la propria origine. Che lo siano perché fanno schifo, no? Non perché sono italiani.

    Poi, sulla parte dello storico: ecco, no. Mi sembra che in quel passaggio si applichi agli autori italiani un criterio più severo di quello riservato agli stranieri. Perché io italiana che scrivo uno storico fantasy dovrei essere attenta al pelo di culo e calcolare al mm le implicazioni dell’effetto farfalla, quando cicli come Stravaganza creano una Italia alternativa che all’estero spacca? Quando Locke Lamora è ambientato in una semi-Venezia e siamo così presi dalla storia che quasi non ci si fa caso?
    Perché all’estero concediamo di poter giocare, mentre all’italiano facciamo le pulci perché ehi, la nostra cultura! Facciamola vedere!…?

    Insomma: in realtà alla fine concordo con le tue conclusioni, ma il giro che fai per arrivarci, per come vivo io il fantasy, scricchiola.

    Il vero problema non è la geografia, è che dobbiamo smetterla di prenderci tutti così sul serio.

  3. M

    Ciao Gaia!
    Alcune cose:

    ho presente lo stereotipo negativo di cui parli, per cui un nome autore italiano equivarrebbe a un libro inferiore. Il problema, e il punto in cui siamo in disaccordo, è che non credo che a decenni di stereotipo si possa rispondere con uno stereotipo uguale e contrario. Le realtà indipendenti che ci provano lo fanno con la migliore delle intenzioni, ma questo non vuol dire che il meccanismo non sia una china scivolosa. In secondo luogo: l’etichetta non dovrebbe essere valoriale, ma ‘spingerla’ nel marketing la trasforma esattamente in un giudizio di valore. Con la conseguenza che qualsiasi piccolo errore di produzione può finire a confermare lo stereotipo negativo di partenza. In altre parole, due torti non fanno un procedimento corretto.

    Sullo storico: non ho capito come mai presumi che io mi aspetti, dagli italiani, un’accuratezza maggiore di quanto mi aspetti dagli autori esteri. In un mondo perfetto io vorrei che tutti trattassero il materiale di riferimento con rispetto, specialmente quando il legame con eventi e luoghi reali è a stretto giro.
    Non sono molto d’accordo sulla tua analisi delle cause (in merito all’esterofilia e al filone Paolini/Troisi) ma questo è proprio cercare il pelo nell’uovo.

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