Un racconto di Carmen Berbiglia, edito da Edizioni Novilunio.
Ho sempre amato i cimiteri. Passeggiare tra le tombe, leggere i nomi sulle lapidi, immaginare la vita dietro le foto in bianco e nero, lasciare un fiore. Essere la figlia del custode mi aveva abituata a convivere con l’idea della morte. Mi sembrava naturale assistere al saluto dei parenti, al prete che aspergeva il feretro, al piccolo corteo che lo accompagnava fino alla cappella. Nascosta, osservavo le emozioni e cercavo di indovinare il legame tra i presenti e i defunti.
Da quando avevo imparato a leggere era tutto più semplice: potevo conoscere l’identità della persona, immaginare se i bambini stretti intorno alla bara fossero i figli o i nipoti. Mi sembrava che i bambini fossero i più affranti: coglievo nei loro gesti un dolore sincero.
Mi piaceva giocare tra le tombe. Invitavo i miei compagni di classe e li coinvolgevo in un nascondino che metteva i brividi. Ero l’unica a non avere paura. Quel giorno ero impaziente perchè avevo trovato un nascondiglio che nessuno avrebbe mai scoperto: una tomba vuota. Avevo preso le misure. Ci stavo perfettamente.
Chi avrebbe avuto il coraggio di entrare? No, non mi avrebbero trovata.
Al solito orario arrivarono tutti: Claudia, con la sua risata argentina e le trecce fermate da nastri colorati; Paolo, con le ginocchia mai sbucciate e il collo esile nel colletto bianco immacolato; Clara, che girava su se stessa facendo roteare la gonna rossa.
Avevamo mangiato pane e zucchero e, con le mani appiccicose e i granelli dolci sugli abiti, avevamo iniziato a correre verso il luogo dei nostri giochi. Era un viale alberato, con file di tombe a distanza regolare, ognuna diversa per forma, materiale e decorazione. Tutte con la fotografia, il nome composto da lettere di bronzo e un piccolo vaso, talvolta traboccante di fiori variopinti, talvolta rinsecchiti dal sole e dal trascorrere delle stagioni.
Annotavo tutto nella mia mente.
Mi chiedevo se al defunto dispiacesse la tomba spoglia, simbolo dello scorrere irreversibile del tempo e della dimenticanza. Esisteva il tempo dopo la morte? Mi capitava spesso di chiedermelo e di sentirmi invadere dal terrore dell’infinito. L’idea dell’eternità mi sembrava contrapporsi alla pace perpetua che tutti si auguravano dopo la fine. Non erano pensieri da bambina, eppure erano i miei. Non potevo condividerli. Gli adulti si sentivano consolati dalla promessa di una vita eterna. A me assaliva l’orrore.
Forse per questo amavo il Bianconiglio che alla domanda di Alice «Quanto tempo è per sempre?» rispondeva «A volte solo un secondo». Mi rassicurava.
Arrivammo al cipresso al cui tronco ci fermavamo a contare, mentre gli altri si nascondevano. «Uno, due, tre…» Paolo aveva iniziato la conta. Seminando tra le tombe le mie due amiche, giunsi al luogo segreto: la tomba di nessuno. Nessun nome, nessuna data, solo un portafiori colmo di pioggia, e un’apertura in cui mi calai per entrare nel mio nascondiglio perfetto.
La pietra era fredda e umida, mi si accapponò la pelle. C’era spazio a sufficienza per distendermi e attendere il momento giusto per venire fuori e gridare «Un due tre libera per me.»
Mi giungeva il rumore ovattato del passo di Paolo che, con la sua precisione, contava otto passi, si fermava, guardava a destra e sinistra e poi proseguiva. La voce lontana di Claudia mi informò che si era liberata, battendo la mano sulla corteccia. Insieme a Paolo ora cercavano Clara.
Conoscevo bene quel vialetto, lo percorrevo ogni giorno da anni. Un angelo sorrideva dalla tomba di un bimbo: i genitori avevano voluto regalargli un alato compagno di viaggio. Le mani di un chirurgo dentro una ferita aperta segnavano la lapide di fronte. Una ragazza con un velo da suora raccontava ai passanti della morte prematura. Immaginavo i miei amici percorrere ogni passo. Li seguivo nel pensiero.
«Ti ho vista, Clara» la voce di Paolo mi giunse attutita dall’aria. «Viola, dove sei? Manchi solo tu! Ti trovo, Viola, non mi sfuggi!»
A me venne da ridere. Ero assolutamente certa che non avrebbe mai avuto il coraggio di guardare sotto la lapide. Per ingannare il tempo, mi chiesi a chi fosse destinata. Chi stava aspettando? Mi colse un brivido. Devo restare concentrata. Devo uscire appena li sento abbastanza distanti da poter correre a liberarmi. Con i sensi all’erta, iniziai ad ascoltare ogni singolo suono.
Rumore di passi. E questa voce? Non era quella dei miei compagni.
«Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla.»
Era il salmodiare di un prete. «Su pascoli erbosi mi fa riposare.» Non è possibile. «Ad acque tranquille mi conduce.» Non ci sono mai funerali a quest’ora del pomeriggio. Improvvisamente mi sentii inquieta. Decisi di sollevarmi appena per sbirciare fuori.
Era proprio una processione. Avanzava lenta verso di me. Osservai la scena. La bara era di semplice legno scuro. Un crocifisso dorato appariva tra le primule e i girasoli in perfetto accordo cromatico. Mi colpirono gli occhi di un uomo. Apparivano vuoti. I capelli erano bianchi. Indossava un elegante completo blu. Una giovane donna vestita di nero lo sosteneva; lui sembrava non accorgersi di nulla. La donna lasciava che le lacrime scorressero sul viso.
La bara si fermò a pochi passi. Trattenni il respiro. Il cuore mi rimbombava nel petto. Una voce mi scosse. Sussultai.
«Ciao, Viola.»
Era una voce di donna. Sporsi la testa dal loculo.
«Ciao.»
Era seduta proprio sui gradini.
«Scusami, giocavo a nascondino. Sei qui per il funerale?»
«Sì.» Aveva gli occhi blu, come i miei. Era un’anziana signora. Indossava il mio colore preferito. «Ho anticipato il corteo. Non dovrei dirlo, ma ho sempre amato i cimiteri.»
La scena catturò i nostri sguardi: due bambini accarezzavano la bara, piangendo. Provai un istintivo senso di compassione. Un uomo si avvicinò per racchiuderli in un abbraccio.
La signora sui gradini aveva un’espressione indecifrabile.
Il corteo riprese a camminare. Si muoveva verso di me. Decisi di abbandonare velocemente la tomba.
«Viola, dove sei? Dài, mi arrendo, vieni fuori.» La voce di Paolo sembrava allarmata. Quanto tempo è trascorso? Non ho l’orologio.
Il corteo si faceva sempre più vicino. Mi nascosi. Volevo scoprire a chi fosse destinata la tomba di nessuno, il mio nascondiglio. Osservai i parenti dare l’ultimo saluto al defunto. La bara venne calata e la bambina lasciò scivolare all’interno un orologio di plastica colorata.
«Nonna, non avere paura, con questo potrai sempre calcolare il tempo che scorre.» Rabbrividii.
La lapide venne fissata. L’inquietudine mi spingeva a fuggire. Non potevo farlo. Dovevo leggere quel nome. Alzai lo sguardo: soltanto la signora era ancora lì, sui gradini. Indossava un orologio di plastica colorata.
«Può dirmi di chi è questa tomba?»
«È la mia.»
Ebbi paura? Non so rispondere. Volsi lo sguardo alla lapide: “Viola Gallese. Morta il 24 aprile 1956”. E l’iscrizione: “Quanto tempo è per sempre? A volte solo un secondo”.
Il sangue mi si gelò nelle vene.
«Viola, eccoti, ma dov’eri finita?» Alzai lo sguardo. I miei amici erano accanto a me. Sui gradini non c’era nessuno. La lapide era aperta e priva di iscrizioni.
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