A che cosa pensiamo quando torniamo all’infanzia? Pomeriggi assolati con gli amici? Ai compiti delle vacanze o ai banchi di scuola? All’impressione – forse – che i problemi fossero più piccoli, anche se da bambini ci sembravano enormi?
Sarà vero che i problemi una volta erano più piccoli?
Squadra Lince è un thriller di Fabio Scalini, edito da Golem edizioni, che prende due adulti e li costringe a ripercorrere una tragedia avvenuta quasi trent’anni prima – quando l’omonima squadra scout partì per un’escursione degli Appennini e tornò senza uno dei suoi membri: Manuel, scivolato nel fiume vicino al bivacco.
L’intreccio incontra subito il gusto di un classico caso di cronaca italiana; non a caso i protagonisti, Fabio e Paolo, ricordano soprattutto l’uragano mediatico che segnò la vita delle rispettive famiglie dopo la vicenda. Ci sarebbe già abbastanza materiale per un buon libro: il rapporto con il passato, la perdita dell’innocenza, due ‘vecchi amici’ che tessono le fila degli ultimi trent’anni.
Questo non è Squadra Lince.
Tutti mentono (a un ritmo folle)
La componente thriller del libro è esaminata da vari punti di vista. La narrazione salta dal passato (dove i primi stralci ci mostrano quello che è successo nell’escursione) al presente, dove ci si alterna tra il tentativo dei protagonisti di ricostruire la vicenda e l’interrogatorio di Paolo.
Qualcosa è successo, ma non siamo mai pienamente sicuri di cosa. Lo sviluppo della trama viene aiutato, e anzi accellerato, da una prosa asciutta, veloce, quasi minimalista; che tuttavia non tralascia di descrivere tutti i particolari importanti. I capitoli si succedono a rotta di collo come a voler scongiurare qualsiasi remota possibilità di noia.
Pochi libri come questo mettono di fronte al lettore quanto sia difficile la ricerca della verità. Non solo perché (come diventa evidente) qualcuno sta mentendo; ma soprattutto perché si può mentire anche a propria insaputa, ricordando gli eventi nell’ordine sbagliato, o ricordando cose che non sono successe.
La scrittura di Scalini è tersa, immediata, e gestisce la tensione narrativa nello stesso modo in cui si gestirebbe una valanga. L’idea che un libro sia scritto così bene da rendere difficile interrompere la lettura è sicuramente un luogo comune, ma Squadra Lince lo approssima.
La memoria
Spulciando nelle pubblicazioni di Scalini, troviamo titoli come Cinque racconti sull’uomo e sulla memoria. L’autore, forse involontariamente, ha rivelato uno dei pilastri portanti del libro. Anzi, due: l’esperienza dei due protagonisti, entrambi uomini, è tratteggiata perfettamente.
Vale la pena soffermarsi sulla memoria. Le sezioni del libro ambientate nel passato ci riportano prima degli anni 2000, direttamente in un’epoca preistorica in cui era considerato completamente normale spedire quattro ragazzini nel bosco senza telefoni, né la supervisione di un adulto. Quest’immagine potrebbe subito suscitare un sospiro, la classica frase “ai miei tempi”. la tentazione di idealizzare un passato meno tecnologico, più ingenuo, e quindi più onesto.
Uno dei dati più incredibili di Squadra Lince è proprio quello di mettere la nostalgia in scena in tutti i suoi colori patinati, rifiutando però ogni briciola di retorica. La realtà a cavallo degli anni ’90 è rappresentata con autenticità disarmante, soprattutto nelle sue brutture. Per certi versi il libro funziona come un’inversione volontaria della nostalgia: le lenti con cui Scalini guarda il passato non sono tinte di rosa, né d’oro. Semmai sono le stesse lenti scure, e vagamente disilluse, con cui lo scrittore affronta il presente.
Abbiamo già menzionato come i protagonisti di questo libro mentono, a volte anche a loro insaputa: mentono agli altri proprio perché hanno mentito a se stessi per così tanto tempo da non essere in grado di capire la differenza.
Squadra Lince tratta non solo della mitizzazione del passato, ma anche del tema dei falsi ricordi, e di tutte quelle piccole strategie che il cervello umano mette in atto per non affrontare una verità scomoda. La memoria, così inaffidabile e malleabile, è la vera protagonista del libro.
Perché leggere questo libro (e perché non leggerlo)
Il thriller è un genere che per sua natura privilegia la tensione: tutto sta in come la tensione viene generata e gestita.
Squadra Lince ci riesce mettendo in scena una serie di eventi verosimili e quasi banali. Non troverete criminali incalliti, serial killer dai poteri quasi divini, scene d’azione rocambolesche e piani machiavellici. Troverete, invece, persone quasi del tutto normali che hanno dovuto trattare, e forse causare, qualcosa di terribile; ed è proprio questo realismo spietato ad aggiungere interesse al testo. Lo stesso tipo di interesse, un po’ macabro, che si prova guardando un programma di cronaca nera.
Lo sforzo interpretativo richiesto per cercare di capire cosa sia successo davvero rimarrà con voi molto dopo aver concluso la lettura. Squadra Lince merita di essere letto perché cammina una linea sottile tra la lettura da spiaggia e il thriller d’autore sbilanciandosi molto spesso verso la seconda parte, e ricompensando il proprio lettore con un piacevole, disarmante, senso di smarrimento.
Tutti gli elementi che abbiamo citato potrebbero essere attraenti per un genere di lettore e respingenti per un altro. Squadra Lince si rivolge principalmente a una nicchia che vuole una storia appassionante, ma anche un po’ sconfortante. In effetti, non possiamo che notare un certo pessimismo nel modo in cui Scalini dipinge i suoi personaggi.
Il narrato veloce e la necessità di mettere in dubbio ogni punto di vista apre a una possibile critica del testo: la difficoltà di fidarsi del libro rischia di diventare, in un certo modo, anche difficoltà di capire cosa sia realmente successo. Questo non è un libro di soluzioni chiare – nello specifico, si colloca proprio in un certo dibattito letterario (quello della morte dell’autore, citato fino alla nausea). Siamo in un’epoca in cui le storie vengono distillate spesso nelle loro componenti più semplici. La scelta di Scalini in questo caso, più che essere una colpa, è controtendenza.
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