Articolo a cura di M. Maponi e Andrea “Clockwork” Barresi
Sul Corriere della Sera del 28 giugno appare un articolo di Mauro Covacich sui fallimenti degli scrittori di fantascienza. Covacich è una penna del Corriere di lunga data (dal ‘98) e uno scrittore affermato: può vantare una dozzina di romanzi, quasi altrettante pubblicazioni tra racconti e saggistica ed è stato ripetutamente candidato al Premio Strega. Ci si aspetterebbe un’opinione informata su un genere letterario che è stato una delle colonne portanti del Novecento.
Covacich invece prima inventa un problema, poi lo denuncia: «Gli scrittori di fantascienza», afferma, «non sono mai stati in grado di predire il futuro.»
Ma il compito della fantascienza non è mai stato prevedere il futuro: di quello si occupano al massimo i futurologi, gli agenti di borsa e decine su decine di opinionisti. La fantascienza si occupa di parlare delle ansie del presente, usando il futuro come esca per il lettore, per aumentare artificialmente la distanza tra chi legge e il futuro immaginato per poi, generalmente, annullarla sul finale.
Citando, come al solito tra le nostre pagine, Ursula Le Guin: «Lo scopo di un esperimento di pensiero, nel senso in cui questo concetto è stato usato da Schrödinger e da altri fisici, non è quello di prevedere il futuro […] ma quello di descrivere la realtà, il mondo presente. La fantascienza non prevede; descrive. Le previsioni sono enunciate dai profeti (gratis), dai chiaroveggenti (che di solito si fanno pagare, e finiscono così per essere rispettati nella loro epoca più dei profeti) e dai futurologi (stipendiati) […]. Il compito dei romanzieri è mentire.» (introduzione a La Mano Sinistra del Buio, 1976).
Prendiamo per esempio il Frankestein di Mary Shelley, considerato il primo romanzo gotico di fantascienza. Non ci ricordiamo Shelley perché ha fallito in una previsione. Ci ricordiamo di lei perché ha usato per prima una scienza fantastica per trattare di un tema reale. Il mostro di Frankestein si ribella perché sia il suo creatore che la società sono incapaci di accettarlo (come mostrato alla perfezione dal recente film di Del Toro). Dall’introduzione di Nadia Fusini all’edizione Einaudi 2011: «Non sarà che si è minacciati dal mostro che noi stessi abbiamo creato?»
Impossibile non citare il caso dei robot: “Nessuno ha ancora inventato gli androidi”, lamenta Covacich. Sarebbe forse eccessivo citare i robot della Boston Dynamics o delle decine di aziende che lavorano in questo campo. Forse non abbiamo ancora il cervello positronico di Asimov, ma la robotica è molto vicina all’obiettivo. Ma il punto, ancora una volta, è un altro: il termine ‘robot’ viene coniato da Čapek negli anni 20, dal verbo ceco robota, per indicare il lavoro forzato. Le storie di robot si chiedono se sia giusto creare degli schiavi e quale sia il limite di coscienza che possono avere (non a caso, molto spesso i robot si ribellano).
Facciamo finta però che il compito dello scrittore di fantascienza sia ‘prevedere il futuro’ (sarebbe un po’ come chiedere al drammaturgo di mettere in guardia il pubblico dal lutto).
Non abbiamo le astronavi, dice Covacich, ed è vero. A Cesare quel che è di Cesare: lo spazio è ancora un territorio inospitale. Ma è l’equivalente di arrabbiarsi perché l’Odissea nello Spazio non è scattata precisamente nel 2001 o l’Unione Irlandese non si è realizzata nel 2026 come speculato in Star Trek.
L’accusa però è duplice: non solo la fantascienza avrebbe predetto le cose sbagliate, ma avrebbe mancato di predire quelle che sono avvenute davvero, come i social, le protesi meccaniche, le multinazionali o (e qui dobbiamo trattenere le risate) le criptovalute. C’è un problema di fondo con questa richiesta, che a noi sembra più un capriccio: il mondo è terribilmente complesso, non solo oggi ma da sempre. Prevedere con precisione le azioni, le conseguenze e le ramificazioni in uno scacchiere con migliaia di pezzi (governi nazionali, aziende, istituzioni, movimenti politici, singoli individui e anche fenomeni casuali), richiede una mole di lavoro e una capacità analitica che nemmeno i futurologi sono in grado di padroneggiare. E se lo fossero, a quel punto non varrebbe più la pena scrivere storie: il futuro sarebbe già tracciato, e speculare sulle possibilità che nasconde sarebbe un’attività da saggisti, non da narratori.
Purtroppo per Covacich, inoltre, molte altre speculazioni fantascientifiche (che ha convenientemente ignorato) sono parte del nostro presente. La moglie del protagonista di Fahrehneit 451 era incantata ventiquattrore al giorno dagli schermi a parete, schermi con i quali poteva anche avviare videochiamate e intrattenere relazioni parasociali. Bradbury, scrivendolo nel ‘53, aveva solo sbagliato la dimensione dello schermo. Prima di lui Orwell, nel ‘48, aveva inventato non la televisione, ma la sorveglianza di massa.
Per quanto riguarda le protesi, sono così diffuse nell’immaginario da essere ovunque. Gli impianti (di qualsiasi tipo, specie quelli neurali) sono il pane quotidiano del cyberpunk. Non lo citiamo a caso, perché il cyberpunk ha anche ‘predetto’ il predominio delle multinazionali sui governi.
Se vuoi un’immagine del futuro, Winston, smetti di leggere Covacich e guarda fuori dalla finestra…
Per quanto riguarda invece le criptovalute, non siamo sicuri di cosa il collega scrittore stia parlando: le promesse del ‘mercato alternativo’ dei bitcoin si sono esaurite molti anni fa. Che le cripto siano il futuro è tutto da dimostrare. Così come le fantomatiche ‘entità intellettualmente autonome’ che cita sul finale, nonostante i LLM siano dimostrabilmente non senzienti. Cadere in queste illusioni, in cui il linguaggio viene scambiato per coscienza, è dopotutto un tema centrale in Revelation Space di Alastair Reynolds, di cui Covacich non fa menzione. Ma non parliamo soltanto di autori esteri: un gigante della letteratura italiana, Primo Levi, scrivendo del Versificatore nella sua raccolta Storie Naturali aveva ‘previsto’ con largo anticipo ChatGPT. In tempi più recenti anche il film Her aveva esplorato l’arco romantico di chi si innamora di un’IA.
Forse Covacich non è al corrente del fatto che gli autori non si preoccupano solo di indovinare quali tecnologie potrebbero attenderci in futuro, ma anche (e soprattutto) quali situazioni politiche. Chi ha letto La Parabola del Seminatore di Octavia Butler ha già raggiunto l’amara realizzazione che l’America contemporanea non è così diversa da quella descritta nel romanzo (ambientato nel 2024), pur senza tecnologie rivoluzionarie; la stessa Butler, in un’intervista del 2000, dichiarava: «Non ho fatto altro che dare un’occhiata ai problemi che stiamo trascurando oggi e concedere loro circa 30 anni per trasformarsi in veri e propri disastri.»
Chi segue Novilunio già conosce come la pensiamo: il punto di partenza di un buon autore, indipendentemente dal genere, è leggere. Leggere tanto, leggere altro, leggere per capire e soprattutto per estendere i limiti di ciò che si può dire, con la consapevolezza di ciò che è stato già detto e come.
Mauro Covacich tradisce gravi lacune sull’argomento fantascienza e anche sulla comprensione delle frontiere della tecnologia contemporanea: ma l’ignoranza non è un crimine. Stupisce però la volontà di scagliarsi contro un genere che non si conosce senza neppure informarsi a dovere sul presente, con una terribile mancanza di curiosità e onestà intellettuale che ci ricorda la stessa spocchia dei techbro americani.
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Sono andato a spulciare per curiosità il catalogo di Covacich col suo attuale editore, La Nave di Teseo, e tutti i suoi romanzi in stamoa sembrano essere uniformemente storie di crisi familiare del ceto medio-alto dettati da questioni di salute, problemi coniugali e difficoltà genitoriali, per tacere dei casi in cui l’opera è apertamente autobiografica.
A prescindere dal giudizio di merito su questo tipo di narrativa realistica post-modernista nel filone avviato da Italo Svevo (non saprei come altro definirla), viene da chiedersi cosa diavolo pensava il «Corriere» quando ha affidato l’elzeviro a un giornalista che chiaramente non ne sa nulla né di fantascienza né di sociologia ed etica della scienza… anche se probabilmente sappiamo già la risposta, cioè suscitare polemica perbenista a costo zero entro i salotti buoni dell’èlite conservatrice laica.