Un racconto subacqueo di Tommaso Lisi.
Jay Chen si schiaffeggiò. Il momento era cruciale, doveva mantenere la calma. Il pannello di controllo aveva centinaia di pulsanti e dozzine di schermi, e all’improvviso sembravano così tanti.
Le immagini proiettate sui monitor 6, 7 e 8 continuavano a mostrare frammenti di asteroide, grossi e ricchi di materiali. Avrebbe potuto sistemarsi per un bel po’ vendendoli alla base spaziale più vicina.
Andavano veloci però, la navicella a stento teneva il loro passo. Se avesse continuato a seguirli, avrebbe di sicuro perso la lumedusa.
«Hal» disse Jay all’IA di bordo, «mi serve quel discorso.»
«Jay» disse calmo Hal. «Il mare è pieno di pesci, figurati lo spa—»
«Non quello, deficiente. La motivazione.»
«Ah, certamente.» Hal assunse un tono più deciso. «Lo so che ti piace fare il cazzone e so anche quanto ti piacciono i crediti. Ma Cristo, il tuo sogno non è raccogliere rocce spaziali. Il tuo sogno è trovare una lumedusa e catturarla, e si dà il caso che, guarda un po’, ce ne sia una proprio lì, a meno di cinquanta chilometri da te. La vedi? Eh?»
«A malapena, Hal.»
«Beh, la stai perdendo, Jay. Stai perdendo l’occasione, forse l’unica che avrai in tutta la tua vita. Credi che tua nonna avrebbe buttato tutto all’aria per stare dietro a due pietruzze di merda?»
«No. Grazie, Hal.» Jay avvicinò la sedia ai comandi. «Andiamo a prenderla.»
La navicella virò e tornò indietro. La lumedusa era ancora lì, semiferma nel nulla.
«Aggancia l’obiettivo» disse Jay.
Attivò i comandi manuali per il braccio meccanico ovest e infilò la mano destra nel teleguanto per prenderne il controllo. La manovra era delicata, ma doveva riuscirci da solo.
Sugli schermi 14 e 15 i colori della lumedusa si riflettevano sul metallo nero del braccio. Jay avvicinò piano l’artiglio. Aprì la mano, circondando la creatura, e la chiuse lentamente…
La lumedusa scivolò via.
«Merda» disse Jay. «Ricalibra la posizione.»
La navicella le si riaccostò. Jay si passò il braccio libero sulla fronte. Non poteva rischiare di uccidere la lumedusa infilzandola o strizzandola con troppa forza. Da morta, quel che aveva dentro sarebbe sparito…
Jay mosse la mano più lentamente, la chiuse piano… Sentì una lieve resistenza contro il palmo, si bloccò. Il ronzio dei filtri dell’aria era l’unico suono.
«Cattura effettuata» disse Hal.
Jay tornò a respirare. L’aveva presa, ce l’aveva fatta. Era successo davvero? Aveva davvero catturato la creatura più rara della galassia?
«Retraggo il braccio ovest, Jay?»
«Eh? Ah, sì, sì, fallo.»
Era assurdo. Avrebbe volentieri pianto, perfino davanti a Hal, ma la parte più assurda doveva ancora arrivare.
Brillava pure nel piccolo living della navicella, la lumedusa, poggiata alla meglio sul tavolino basso.
Jay si trascinò sulle ginocchia e la osservò di nuovo da molto vicino. Questi esseri assurdi sopravvivevano sia con sia senza ossigeno, e non era nemmeno il fatto più incredibile.
Ogni sera, quando era bambino, chiedeva a sua nonna di raccontargli della volta in cui aveva trovato una lumedusa. Una delle poche persone della galassia ad esserci riuscita. La storia iniziava sempre allo stesso modo: l’avvistamento, la cattura… proprio come lui quel giorno. Poi raccontava come aveva infilato la testa nella creatura, e giù di risate. Da lì in poi, però, il racconto cambiava ogni volta: tramite la lumedusa sua nonna aveva ascoltato i ricordi di un legionario romano o di uno dei primi coloni delle lune gioviane, oppure aveva conversato con una coltivatrice del neolitico, con uno schiavo nero morto durante la Guerra civile americana, con una donna indonesiana del ventiduesimo secolo.
E Jay, da bambino, se le beveva tutte. Il suo più grande rimpianto era non averle mai chiesto quale fosse la verità prima che lei morisse. A ogni modo, stava per scoprirlo da solo.
Sfiorò l’esombrella violacea, era fredda e gommosa. Chi avrebbe trovato lì dentro?
Jay aprì il secchio accanto a lui e si spalmò testa e spalle con lo speciale grasso animale, lo stesso usato da sua nonna quella volta. Grasso arricchito con ferro e mercurio.
Si diceva che nell’universo esistesse una lumedusa per ciascun essere umano mai vissuto. Circa duecento miliardi, secondo i calcoli. Ne contenevano i ricordi, o perfino l’anima, secondo i più fanatici…
Basta, era il momento di scoprirlo di persona. Jay strisciò sul sedere fino ad avere la schiena contro la parete e provò a rilassare i muscoli. «Hal, sono pronto.»
Il braccio meccanico interno scese dal soffitto e afferrò la lumedusa da quattro estremità, tenendola ben aperta, e la portò sopra Jay. Dal basso si vedevano meglio i tentacoli semitrasparenti. Quelli erano letali, pareva, ma col grasso animale…
«Mantieni la testa in posizione naturale, Jay» disse Hal.
Jay obbedì. I tentacoli gli fecero il solletico mentre scendevano lungo la sua testa, quindi la subumbrella gli coprì la fronte, gli occhi, tutto il resto.
Buio per un attimo, poi bianco. Bianco in ogni direzione, come in una stanza senza pareti. Jay prese un respiro profondo, le labbra a contatto con l’interno della lumedusa. Il suo battito accelerato era l’unico suono in tutto quel nulla, l’unico odore quello del grasso.
“Chi c’è?” chiese con la mente. Perfino la sua voce interna tremava. “C’è qualcuno?”
Nessuna risposta.
Avrebbe dovuto vedere una persona, adesso, si sarebbe dovuta almeno sentire. Parlarci, solo ascoltare, qualsiasi cosa, ma non quel silenzio.
«C’è qualcuno?» disse con la bocca, anche se non era così che funzionava.
Nessuna risposta. Il vuoto rimaneva vuoto.
«Hal.»
«Dimmi, Jay.»
«Rimuovi.»
La lumedusa fu sollevata e riposizionata sul tavolino, molle e intrisa di grasso. Jay chiuse gli occhi. Non osava alzarsi, non aveva voglia di fare nulla. Puzzava di grasso.
L’unica occasione della sua vita, buttata così. E se anche, per miracolo, ne avesse avuta un’altra, perché sarebbe dovuta andare meglio? A quanto pare, non tutte le lumeduse contenevano un’anima; forse, nessuna. E allora, perché continuare a provarci?
La lumedusa era vuota, e adesso anche lui.