Chi segue le nostre letture e scritture avrà avuto modo di notare che uno dei nostri punti di riferimento nell’ambito della narrativa speculativa è la famosissima Ursula K. Le Guin, di cui però non abbiamo ancora recensito nessuna opera. In questi anni di colonialismo, guerre senza motivo apparente e sì, anche Avatar, abbiamo pensato che fosse d’obbligo portare ai vostri occhi la novella The Word for World is Forest, tradotto in italiano come Il Mondo della Foresta nel 1976 da Nord (titolo che, per inciso, non piace affatto a chi scrive, specialmente quando Foresta è il Nome del Mondo sarebbe stato assai più consono).
Trama
Partiamo subito dal cuore pulsante dell’opera: edita nel 1972, la novella è in tutto e per tutto un’allegoria e una denuncia degli eventi in Vietnam. Gli umani (yumens, in lingua originale) sono un’estensione degli americani e del loro bagaglio di saccenza, aggressività e noncuranza verso l’ambiente, mentre gli indigeni (Athsheans) sono piccoli, gracili e generalmente inermi (con un parallelismo che al giorno d’oggi sarebbe probabilmente additato come razzista).
La storia narra le ultime, tragiche settimane di permanenza sul pianeta Athshe della colonia umana: gli indigeni, generalmente pacifici, rompono il loro storico tabù culturale di nonviolenza e sferrano un violento attacco a una base falegname, e da quel momento in avanti gli atti efferati (di una e dell’altra fazione) si susseguono senza sosta.
Il finale chiude con grande stile una situazione che sembra destinata alla catastrofe totale, seppure figuri l’intervento autoritario dell’Ecumene nel “risolvere” il conflitto esploso su Athshe.
Personaggi
I personaggi principali sono tre, i cui punti di vista si alternano lungo gli otto capitoli della storia: Don Davidson, Selver e Lyubov. Ciascuno rappresenta una delle tre fazioni nel conflitto.
Davidson è l’arrogante e autoritario comandante della colonia umana. Razzista, egoista e misogino, incarna il peggior ritratto possibile dell’America contemporanea alla Le Guin, che però non manca di sfruttarne gli attributi: il libro si apre con il suo punto di vista, quasi goliardico nella sua esagerazione, che permette all’autrice di cogliere l’attenzione di un pubblico che desiderava attivamente quel tipo di personaggi e che li rappresentava come eroi pure nei media più critici verso la guerra.
Selver è il portavoce e “leader” degli indigeni, e attraverso di lui spesso parlano tutti gli appartenenti al pianeta Athshe. Egli svolge anche il ruolo di mediatore tra le due culture (nonostante dialoghi quasi solo con Lyubov) e nella seconda metà della storia assume le vesti di profeta che interpreta (o distorce, a seconda della lettura che preferite) i messaggi che riceve in sogno per liberare il pianeta dagli yumens.
Lyubov è il ricercatore umano, ponte tra le due culture. A differenza di tutti gli altri umani, egli intende comunicare genuinamente con gli indigeni; li rispetta e cerca di comprenderne i motivi, gli usi e le culture, ma anche i valori connessi ai sogni (inaccessibili agli umani). Forse unico personaggio positivo a tutto tondo, in quanto riflette sul significato e sul peso delle proprie azioni in più di un frangente.
Temi
Il Mondo della Foresta non è affatto un idillio, una storia di redenzione o di compromessi: è una tragedia delle più crude, quella in cui un popolo oppresso vede il destino che lo attende e sacrifica i propri valori e le proprie tradizioni per replicare la violenza dell’oppressore. L’unica forza positiva che si oppone alla violenza è quella dell’Ecumene, che interviene solo quando il punto di non ritorno è già stato ampiamente superato. Negli Anni Settanta questo sarebbe stato un’acuta rappresentazione (e condanna) delle Nazioni Unite; nei nostri Anni Venti appare quasi come un’ideale a cui aspirare, data l’impotenza relativa delle stesse istituzioni.
Oltre alla violenza, un altro tema cardine è l’impossibilità di raggiungere un compromesso pacifico quando le fazioni in gioco hanno priorità contrapposte: se gli indigeni intendono preservare l’ecosistema di Athshe, i coloni (prima legalmente, poi disonestamente) abusano dell’ecosistema come mero mezzo per raggiungere il potere economico.
La fantascienza della Le Guin criticava la sua società con forza, e il paragone coi nostri giorni è tutt’altro che clemente.
Difetti
Nonostante non sia facile criticare una delle capostipiti della fantascienza moderna, ci sono alcuni aspetti che avrei voluto vedere più approfonditi.
Il primo è senza dubbio l’eccessivo binarismo degli indigeni. La violenza di un popolo pacifico raramente esplode in modo così totalizzante, ma procede invece per gradi; nel caso degli Athsheani, mi è parso quasi macchiettistico che un gruppo di individui che non ha mai compiuto alcun tipo di violenza riesca ad architettare un elaborato piano per portare avanti un massacro su larga scala. Il passaggio da pacifismo totale a violenza totale mi è parso troppo repentino, e viene dato per scontato che ciò sia irreversibile anche dopo che i coloni umani vengono sconfitti e ripudiati.
Il secondo è l’intervento dell’Ecumene. Nonostante Or e Lepennon (i due rappresentanti dell’istituzione galattica) condannino le azioni di Davidson e dei coloni umani e impongano il divieto di accesso ad Athshe, la consecutio temporum degli eventi lascia intendere che tali decisioni sarebbero state prese anche in mancanza di una reazione violenta da parte degli indigeni. Questo mette in discussione il titanico sacrificio di questi ultimi: per cosa hanno sacrificato i propri valori, se sarebbe bastato attendere l’intervento delle autorità galattiche?
Il terzo non è propriamente un difetto, ma qualcosa che avrei voluto in più dal finale. Le ultime pagine lasciano intendere che gli indigeni abbiano imparato a uccidere e che ora non possano più dimenticare tale “abilità”; eppure uccidere è sempre una scelta e mai un impulso, a maggior ragione per un popolo riflessivo e storicamente pacifico come quello degli Athsheani. Un concilio o assemblea in cui si fosse eretto un monumento come monito all’inenarrabile eccidio, per avvertire le future generazioni delle atrocità ricevute da e inflitte agli yumens, sarebbe stato un finale ancora più potente.
Il momento migliore per leggere Il Mondo della Foresta di Ursula K. le Guin era negli Anni Settanta; il secondo momento migliore era nel 2022. Il terzo momento migliore è adesso, e auguriamo a tutti che la lista non continui.
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