da Mab | Feb 26, 2024 | Approfondimenti
Negli ultimi tempi il sottogenere dei retelling di mitologia greca è letteralmente esploso. Entrate in una qualsiasi libreria e probabilmente troverete almeno uno scaffale dedicato ai retelling di mitologia greca. Qualche esempio? Circe di Madeline Miller, Arianna di Jennifer Saint, Il canto di Calliope di Natalie Haynes, Lore Olympus di Rachel Smythe e tanti, tanti altri.
Io amo la mitologia greca, ma amo un po’ meno questi retelling. Anzi, a costo di sbilanciarmi un pochino, dico che non aggiungono nulla di nuovo alla narrazione che già abbiamo della mitologia greca. Andiamo a vedere insieme i motivi.
Il mito greco è già completo così com’è
La mitologia greca nasce da una cultura tramandata per millenni. Questa cultura è composta da persone che non solo sono cresciute con queste storie, ma la cui identità e il cui patrimonio sono stati modellati intorno ad esse in modo inestricabile.
Lo scopo della maggior parte dei retelling è quello di rimodernizzare la mitologia greca. Dare voce a personaggi poco conosciuti e marginali, come certi personaggi femminili, è sicuramente interessante, soprattutto quando si vogliono includere minoranze marginalizzate come quella LGBTQ.
Il problema è che questi retelling sentono la necessità di cambiare gli aspetti fondamentali del mito. La mitologia greca è incredibilmente completa e offre tantissimi spunti già di per sé, tanto che ogni rielaborazione che voglia dare una svolta al mito finisce per raccontarci una storia peggiore al confronto. La verità è che i miti greci si reggono in piedi da soli e non hanno bisogno di essere sistemati o mordenizzati.
Questi problemi derivano dal non capire a fondo il contesto storico in cui nasce il mito greco. Andiamo nel dettaglio con un esempio più specifico.
Un esempio: la rappresentazione di Ade e Persefone
Di solito in questi retelling Demetra è rappresentata come una donna assillante, oppressiva, un genitore elicottero, mentre Persefone è una figlia stanca che sogna l’indipendenza. In realtà, il mito originale di Ade e Persefone, che ci viene raccontato nell’antichissimo Inno omerico a Demetra, è molto più potente dei moderni retelling del mito.
Per una madre vissuta nell’antica Grecia, il matrimonio di una figlia non era tanto diverso dalla sua morte, perché nel momento in cui si sarebbe sposata, avrebbe dovuto accettare di non vederla più. È per questo che Persefone sposa Ade, il dio della morte.
In questo periodo storico, inoltre, si dava più valore ai figli maschi che alle figlie femmine e la maggior parte delle donne non aveva voce in capitolo su chi sposasse le proprie figlie. Poiché non era insolito che gli sposi venissero da fuori città, spesso le madri non sapevano dove le figlie avrebbero vissuto. Anche il rituale del rapimento della sposa era un’antica usanza greca, ed è per questo che nel mito Ade rapisce Persefone.
Era molto raro che una sposa avesse voce in capitolo su chi sposare, dato che era una decisione che spettava al futuro marito e al padre. Nei retelling moderni Persefone acconsente al matrimonio con Ade, ma in questo modo si svuota il significato delle antiche tradizioni greche.
Cambiando il ruolo di Demetra si perde il contesto storico da cui nasce il mito, così come facendo apparire Ade come un marito ideale, si perde il dilemma di Persefone, che deve accettare di non rivedere mai più sua madre. Soprattutto, si perde il fatto che nel mito né Persefone né Demetra acconsentivano a questo accordo, perché alle donne dell’antichità non era consentita l’autonomia sul proprio corpo o sul proprio destino. È proprio qui che vediamo tutta la potenza del mito: Demetra, costringendo sia Zeus che Ade a restituirle la figlia, li costringe a riconoscere la loro autonomia.
Dove sono gli scrittori greci?
Avete notato che tutte queste autrici hanno una cosa in comune? Provengono dall’anglosfera. La domanda quindi sorge spontanea: ma dove sono gli scrittori greci? Di autori e autrici greci non ne sentiamo mai parlare. Personalmente, non li ho mai visti elencati in liste di retelling di mitologia greca, o pubblicizzati su Tiktok.
Durante la storia la mitologia greca ha subito tantissime rielaborazioni e interpretazioni errate, ma questo processo è particolarmente evidente durante periodi storici come l’Illuminismo e il Neoclassicismo, che erano particolarmente ossessionati dalle culture antiche, e furono molto influenti nell’anglosfera.
La mitologia greca si è quindi insinuata nella cultura occidentale e si è persa la connessione con gli autori greci. Proprio perché si dà per scontato che la mitologia greca appartenga al canone occidentale, nessuno pensa di collegarla alla Grecia moderna e agli scrittori greci moderni; e non si ritiene che i greci moderni abbiano un legame con i loro antenati. In realtà ce l’hanno eccome, ma in un modo che non può essere facilmente compreso da chi è all’esterno.
E poi?
Oltre a dare più spazio agli autori greci, bisogna anche capire cosa rende un retelling ben fatto. Una buona retelling deve capire il testo originale e il suo contesto. Se si sta raccontando un mito greco, non solo si deve comprendere la trama del mito, ma l’autore deve anche capire l’intento che ci sta dietro. È qui che la maggior parte dei retelling fallisce ed è qui che dobbiamo migliorare.
da Mab | Feb 22, 2024 | Recensioni
Bunny di Mona Awad è uno dei libri più particolari che abbia mai letto. Secondo romanzo della scrittrice canadese, l’ho divorato in appena due giorni, curiosissima di capirci qualcosa. Una storia delirante, a tratti schizofrenica. Uno di quei libri che puoi odiare o amare.
Che dire, io ho amato Bunny e non vedo l’ora di parlarvene. Iniziamo con la recensione! Vi avverto che ci saranno un po’ di spoiler, quindi attenzione.
La trama di Bunny
New England, Samantha Heather Mackey è una studentessa presso la Warren University e preferisce la compagnia della sua immaginazione a quella della maggior parte delle persone. Frequenta un corso di scrittura creativa molto esclusivo e si sente respinta dal resto della sua classe: un gruppo di quattro ragazze ricche e sdolcinate che si chiamano Bunny e sembrano muoversi e parlare come un’unica persona — una mente alveare.
L’unica amica di Samantha è Ava, un’ex studentessa di arte che odia tutto ciò che riguarda la Warren. E, chiaramente, detesta anche le zuccherose e svenevoli Bunny, che passano il tempo a stringersi in abbracci di gruppo, mangiare mini cupcake e farsi complimenti a vicenda.
Le Bunny sembrano avere un inquietante potere che va oltre la semplice scrittura creativa. E tutto per Samantha cambia quando riceve un invito allo Smut Salon, una delle loro serate esclusive. Durante questa serata, le Bunny preparano un drink personalizzato per Samantha e la invitano a raccontare esperienze personali. Questa scena si tramuta velocemente in una specie di sogno febbrile.
Sarò sincera, all’inizio la trama mi sembrava piuttosto lineare, ma mi sono ricreduta nel momento in cui è esplosa una testa. Non voglio farvi ulteriori spoiler, perché credo di aver detto già troppo, ma questa non è la cosa più strana che succede nel corso del libro.
Una possibile interpretazione
Sono convinta che questo romanzo di Mona Awad si presti a tantissime interpretazioni. Una di queste è sicuramente legata al processo creativo e alla creatività in generale.
Le bunny sono intelligenti, ma non hanno l’immaginazione necessaria per creare storie durature che siano originali e in grado di reggersi da sole. Questo è simboleggiato dagli ibridi, che hanno capacità limitate, sono imperfetti e non hanno molto libero arbitrio. Gli ibridi sono per lo più copie superficiali dei personaggi dei libri che le ragazze hanno letto. La maggior parte delle storie del gruppo, infatti, manca di profondità ed è derivativa, anche se è scritta bene ed è esteticamente piacevole.
Samantha è sostanzialmente diversa dalle Bunny. Ha avuto una vita travagliata, con la povertà e la morte della madre, ed è stata costretta a sviluppare la sua immaginazione molto più delle sue compagne di corso. Non è consapevole dei suoi poteri creativi e riesce a creare ibridi senza nemmeno provarci.
Una critica alle istituzioni
In questo romanzo è sicuramente presente anche una riflessione sul tema del plagio. Eleanor, la leader delle Bunny, chiede a Samantha di unirsi a loro, perché sa che lei possiede una creatività che le Bunny non possiedono. Quando Samantha trasforma accidentalmente un cervo nel cortile in un ibrido, le Bunny se ne appropriano, diventandone ossessionate: le Bunny, prive di immaginazione, si prendono il merito di qualcosa che non è loro.
Bunny è anche una satira dissacrante e spietata a quelle istutuzioni che cercano di insegnare il processo creativo attraverso corsi orientati alla performance. Le scene in cui Samantha e le compagne di corso discutono dei rispettivi progetti forse suoneranno familiari a chiunque abbia partecipato a un laboratorio di scrittura creativa pieno pretenziosi aspiranti scrittori: le Bunny descrivono il loro progetto come “sperimentale”, “basato sulla performance” e “così intertestuale”. Parole che, dopotutto, non significano nulla.
Per concludere…
Bunny di Mona Awad non era assolutamente quello che mi aspettavo, ma l’ho divorato in pochi giorni. È un libro che vi consiglio se cercate una storia febbrile, delirante, con colpi di scena che vi faranno venire voglia di divorare il prossimo capitolo.
Voi l’avete letto?
da Mab | Feb 2, 2024 | Recensioni
Come vi avevo anticipato qualche tempo fa, quest’anno ho deciso di fare una sfida di lettura un po’ diversa dal solito. Ne parlo in questo articolo: questa sfida vuole essere un modo per viaggiare con la mente ed espandere i nostri orizzonti.
Per i primi due mesi dell’anno avevo pensato di esplorare la letteratura africana. Sono partita dal Camerun con Cuore del Sahel di Amadou Amal Djaili come lettura di gennaio, che ho finito di leggere durante questi giorni. Iniziamo quindi con la recensione!
L’autrice
Djaili Amadou Amal è originaria del Diamaré, regione dell’estremo nord del Camerun in cui è ambientata la storia di Cuore del Sahel. Nasce nel 1975 da padre fulani – una delle etnie più diffuse in Camerun – e madre egiziana, e a diciassette anni viene costretta a sposare un uomo benestante. Dopo lunghe battaglie, riuscirà a ottenere il divorzio. Dieci anni dopo abbandona il secondo marito a causa delle violenze subite e al momento della rottura lui rapisce le loro due figlie per vendetta.
Questa storia, però, ha un lieto fine: Amadou Amal infatti riesce a trasferirsi nella capitale Yaoundè con le figlie e ottiene la propria indipendenza, che le permette anche di dedicarsi alla scrittura. Il suo primo romanzo, Walaande, l’arte di condividere un marito, ha un successo immediato e nel 2012 fonda un’associazione che promuove l’istruzione delle donne. Adesso vive a Douala insieme al suo terzo marito.
La trama di Cuore del Sahel
Il romanzo segue le vicende della giovane Faydé, che decide di lasciare il suo villaggio in montagna, dove vive con la madre Kondem e i fratellini, per andare a lavorare in città – le sue amiche, infatti, lavorano già da qualche anno come domestiche nelle case dei fulani benestanti a Maroua e tornano al villaggio per le festività cariche di doni per le proprie famiglie. Ma Kondem, che conosce bene le umiliazioni e la sofferenza a cui sono sottoposte le domestiche, non prende bene la notizia: non è disposta a lasciar andare sua figlia.
Faydé ricorda alla madre che non c’è futuro al villaggio, dove la terra è arsa, i raccolti sempre più scarsi, la sicurezza minata dall’incalzare di Boko Haram – un’organizzazione terroristica che attacca i villaggi, e massacra e rapisce innocenti. Il marito di Kondem, Douala, è sparito, nessuno sa dove sia, se rapito, arruolato da Boko Haram, oppure morto, e Kondem ha dei figli da sfamare, così Faydé parte per Maroua, dove inizia a lavorare come domestica per una ricca famiglia fulani.
Una storia molto intensa
La storia di Cuore del Sahel ci viene raccontata attraverso gli occhi di diversi personaggi. Faydé, che subisce umiliazioni quotidianamente da parte dei datori di lavoro e vive l’amore per la prima volta; Kondem che, rimasta al villaggio, lotta per sopravvivere e sfamare i figli; le amiche di Faydé, Srafata e Bintou. L’autrice riesce a creare un potente ritratto femminile, intrecciando anche le vicende dei padroni di casa, degli amici, dei parenti.
Lo stile di scrittura è asciutto e forse un po’ tiepido, ma è riuscito comunque ad emozionarmi, anche considerando il tipo di storia raccontata, che è piena di abusi e violenza. L’autrice riesce a farci empatizzare con la protagonista e anche con gli altri personaggi.
Ci troviamo di fronte a un romanzo di formazione: la protagonista, inizialmente una ragazza ingenua e insicura, si trasforma lentamente davanti ai nostri occhi. Una storia sull’importanza di non arrendersi mai, anche davanti alle ingiustizie.
Tutto quello che ho imparato sul Camerun
Devo ammetterlo, prima di leggere questo libro non conoscevo affatto il Camerun, se non per nome.
Le due principali religioni presenti in Camerun sono il cristianesimo e l’islam, ma sono praticate anche le credenze indigene tradizionali delle religioni africane e dell’animismo. Lo vediamo nel romanzo quando Kondem porta Faydé da Adaw, vecchio stregone che vive sulla montagna. Adaw è molto rispettato e nessun abitante del villaggio prende una decisione importante senza consultarlo.
C’è un divario fra ricchi e poveri molto forte. Le persone benestanti, addirittura, non si accorgono delle condizioni di povertà assoluta in cui versa il villaggio a soli 20 kilometri dalla città, dove Kondem lotta per sopravvivere e in cui non c’è elettricità o acqua corrente.
Il pagne è uno degli abiti tradizionali: si tratta di un indumento annodato intorno alla vita in uso nell’Africa sub-sahariana, che può essere utilizzato come gonna, toga, sciarpa, velo, turbante. Nel corso di Cuore del Sahel, infatti, la protagonista Faydé indossa spesso il pagne e ne riceve alcuni in regalo dai datori di lavoro.
Conclusioni
Per concludere, consiglierei assolutamente la lettura di Cuore del Sahel a chi cerca una storia di riscatto femminile e a chi vuole esplorare la letteratura africana. Intanto, io mi preparo a leggere Nostra Signora Del Nilo di Scholastique Mukasonga, il libro di febbraio.
da Mab | Gen 18, 2024 | Recensioni
La settimana scorsa, durante un viaggio su un Frecciarossa diretto a Roma, ho iniziato a leggere Il Custode, esordio della giovane autrice e content creator Francesca Tamburini, che conta più di un milione di follower tra i suoi canali Tiktok, Instagram e YouTube. Di solito sono molto scettica rispetto ai libri pubblicati da content creator, ma questo mi ha colpita positivamente.
Faccio questa recensione consapevole di non rientrare nel target di questo libro. Il romanzo, infatti, è adatto a un pubblico più giovane, ma l’ho trovato comunque una lettura molto piacevole.
Di che parla Il Custode?
La storia è ambientata in un universo simile al nostro. Da tempo immemore, sono le ragazze a occuparsi della magia, a custodirla, e per questo sono chiamate custodi. I ragazzi invece non possiedono poteri magici e sono relegati al ruolo di ranger.
Il protagonista, Leo, ha quindici anni, e ha dovuto nascondere i propri poteri magici per tutta la vita. Quando viene mandato all’Accademia di Asterfield e inizia a studiare per diventare un ranger, proprio come voleva suo nonno, diventa ancora più importante nascondere i suoi poteri, perché la magia è solo per le ragazze.
Qualcosa inizia a smuoversi quando Leo conosce Zelda, che non sembra molto interessata alla magia e gli offre di insegnargli quello che sa, in cambio di lezioni di combattimento, e in seguito al ritrovamento del diario del Custode, un misterioso studente di tredici anni prima e che racconta dei suoi poteri magici.
La trama è molto lineare, ma come cosa non mi è dispiaciuta, tenendo conto che si tratta di un libro per ragazzi. Non si tratta di una trama lenta, anzi mi ha presa fin da subito. Il vibe del romanzo mi ha ricordato un po’ Percy Jackson, ma anche Harry Potter e le Winx – accademia dove le ragazze studiano la magia e i ragazzi imparano a combattere, vi ricorda qualcosa? Quanta nostalgia!
I punti dolenti
Per fortuna i lati negativi non sono tanti e non mi sento di essere troppo severa, dato che si tratta di un esordio.
L’ambientazione è sicuramente la parte meno approfondita. Intuiamo che la storia si svolge in un mondo simile al nostro, dove sono presenti anche magia e creature magiche come le sirene – a proposito delle sirene, mi è piaciuto moltissimo come l’autrice ha scelto di rappresentarle nel romanzo. Non sono tante le informazioni che l’autrice ci fornisce a proposito del mondo in cui si svolge la storia e avrei preferito sicuramente qualche approfondimento in più.
Un altro punto dolente sono alcune risoluzioni della trama che ho trovato un po’ troppo frettolose. Non farò spoiler, ma riguardano principalmente Kai e il fratello di Zelda, negli ultimi capitoli. Avrei apprezzato un approfondimento in più – perché diciamo che ci sono alcune rivelazioni che arrivano molto in fretta e sembrano quasi sbucare dal nulla – ma capisco anche i motivi che hanno spinto l’autrice a compiere queste scelte.
Un libro che parla dell’accettazione di sè
Quello che è chiaro fin da subito è il messaggio del romanzo: l’accettazione di sè e del diverso. Fin dall’inizio l’autrice punta a mostrarci un mondo in cui i ruoli di genere sono ben marcati – le ragazze usano la magia, i ragazzi combattono – e i protagonisti lottano non solo contro le Creature del Caos, ma anche contro una società che vuole imporre loro dei ruoli ben definiti.
Io ci vedo anche una metafora queer, e penso che se leggerete il romanzo concorderete con me. Leo ha passato la vita a nascondere i propri poteri, a reprimerli, per paura di essere considerato un mostro dalle persone che ama e dalla società. Il momento in cui Leo decide di mostrare i suoi poteri a Kai, il suo migliore amico, e lui reagisce allontanandosi con freddezza, sembra una metafora del coming out.
Per concludere…
Per essere un esordio, sono soddisfatta della lettura. Il Custode è un libro che consiglierei ai ragazzi più giovani, ma anche a chi è più grandicello, a chi cerca una storia che parla di ruoli di genere, di accettazione del diverso e con personaggi ben caratterizzati a cui affezionarsi.
Voi l’avete letto? Se sì, lasciate un commento e fatemi sapere cosa ne pensate!
da Mab | Gen 7, 2024 | Approfondimenti
Nuovo anno, nuove letture. Questo significa anche nuove sfide di lettura. Su Goodreads più di tre milioni di utenti stanno partecipando alla sfida di lettura annuale. Io, per il momento, ho impostato un goal di dodici libri per il 2024, mentre la media sul sito è di circa quarantadue libri. Popolarissima anche la reading challenge del sito The 52 Book Club.
Quest’anno, però, ho pensato a una sfida di lettura un po’ diversa, che vuole essere un modo per viaggiare con la mente ed espandere i nostri orizzonti. Ho stilato una lista di paesi del mondo con libri e letterature ancora da scoprire.
Gennaio e febbraio
Per i primi due mesi dell’anno ho pensato di esplorare la lettratura africana. Partiamo quindi dal Camerun, con Cuore del Sahel di Amadou Amal Djaili come lettura di gennaio. Il libro non è solo una storia d’amore, ma parla anche di povertà, ingiustizia ed esclusione sociale, di riscatto.
Per febbraio invece ho scelto il Ruanda con Nostra Signora Del Nilo di Scholastique Mukasonga, autrice di etnia tutsi, che sono sicura saprà ricostruire uno spaccato molto interessante degli anni che precedono il genocidio del 1994.
Marzo e aprile
Per marzo e aprile ci spostiamo in Asia. Iniziamo con l’Indonesia, con Eka Kurniawan e il suo La bellezza è una ferita, che ci racconta le storie degli abitanti del villaggio di Halimunda, nel cuore dell’isola di Giava. Le loro vicende di passione e dolore, lusinghe e violenza, si intrecciano alla storia dell’Indonesia del Novecento.
Per aprile ho scelto la Cina. Qui c’è proprio l’imbarazzo della scelta! La letteratura cinese è vastissima (e nelle mie ricerche ho trovato tanti libri interessanti che secondo me vale la pena leggere, come Palle Imperiali e altri racconti di Feng Tang, Cena per sei di Lun Min e Ivy di Susie Yang) e dopo lunghe riflessioni ho scelto Il settimo giorno di Yu Hua.
Maggio e giugno
Ci spostiamo in Sud America. Per maggio la scelta ricade sul Brasile, e come potrete immaginare anche qui la scelta era davvero ampia. Il libro che ho scelto è Il mio albero di arance dolci di De Vasconcelos Jose’ Mauro. È una storia che parla di povertà attraverso gli occhi di un bambino costretto a crescere troppo presto.
A giugno partiamo per l’Argentina, con Le cattive di Camila Sosa Villada, una scrittrice e attrice di teatro transgender. Una delle voci argentine più interessanti al momento. Il libro è narrato dal POV di un personaggio tratteggiato sulle esperienze personali dell’autrice e si prospetta una lettura esplosiva. Io non vedo l’ora di leggerlo!
Luglio e agosto
La nazione che ho scelto per luglio è l’Iran, con Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi. Un titolo che vi sarà sicuramente familiare, quello del romanzo che ha avuto un grandissimo successo tra il pubblico rimanendo nella lista dei bestseller del New York Times per 117 settimane.
La scelta di agosto ricade invece sulla Turchia. Il libro che ho scelto è Madonna con cappotto di pelliccia di Ali Sabahattin, una storia che si prospetta profonda e toccante, un romanzo indimenticabile.
Settembre e ottobre
A settembre mi piacerebbe esplorare la letteratura greca, quella moderna, così la scelta ricade su Tre estati di Margarita Liberaki, una scrittrice e drammaturga greca. Uno dei libri più suggestivi della letteratura greca del Novecento, che non vedo l’ora di leggere.
Per ottobre, invece, pensavo a Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea di Suad Amiry, autrice palestinese, che inizialmente mi ha attirata per il titolo. Ambientato in Palestina, nel 1947, il romanzo parla di Subhi, un ragazzo che sogna di diventare il miglior meccanico della città. Non sono però tempi facili: gli inglesi, che da oltre vent’anni amministravano la Palestina, dichiarano concluso il loro mandato e finiscono con il fomentare le già forti tensioni tra gli ebrei e i residenti palestinesi.
Novembre e dicembre
Per gli ultimi due mesi dell’anno ci spostiamo di nuovo in Asia, con due debutti che sembrano molto interessanti. A novembre in India, con Arundhati Roy e il suo romanzo d’esordio Il Dio delle piccole cose. La storia di un grande amore attraverso gli occhi di due bambini.
Per dicembre ho scelto il Vietnam con il romanzo Quando le montagne cantano di Phan Que Mai Nguyen. Dopo il bombardamento che devasta Hanoi, la piccola Huong e sua nonna Dieu Lan scoprono che la loro casa è completamente distrutta. Mentre iniziano a ricostruirla, Dieu Lan inizia a raccontarle la storia della sua vita. Una saga familiare che attraversa tutto il Novecento.
Per concludere…
Lo scopo di questa sfida di lettura vuole essere quello di leggere più libri che provengono da letterature non mainstream. Letteratura africana, asiatica, medio-orientale, sudamericana… chi ne ha più ne metta! I miei sono solo suggerimenti: per partecipare basta scegliere dodici paesi, uno per ogni mese dell’anno, e un autore che proviene da quel paese.
Io ho scelto i miei libri, e voi? Vi ispira questa sfida?