La prima metà dell’ articolo è stata tradotta dall’originale in inglese, pubblicato da Cory Doctorow sul suo sito personale. La seconda metà è a cura di Clockwork e Mab.
L’arte generativa secondo Cory Doctorow

Un’amica, professoressa in giurisprudenza, mi racconta che i LLM (modello linguistico di grandi dimensioni, NdT) hanno completamente trasformato il modo in cui si rapporta con dottorandi e assegnisti di ricerca, e in peggio. No, non è perché copiano i compiti o li usano per scrivere riassunti pieni di allucinazioni.
Ciò che hanno cambiato radicalmente sono le lettere di referenza. Storicamente, gli studenti chiedevano a un professore una di queste lettere se sapevano che tale professore aveva stima di loro. Scrivere una buona referenza richiede molto lavoro, ed è un po’ il motivo principale: il solo fatto che una professoressa di giurisprudenza fosse disposta a scriverne una per te era un segnale di quanto valevi per lei. È un modo di dimostrare che hai lavorato bene.
Ma poi sono arrivati i chatbot, e con loro la consapevolezza che una lettera di referenza può essere generata buttando dentro un elenco puntato e dirgli di generare cinque paragrafi di rigogliose assurdità basate su quelle tre frasette. Improvvisamente, i professori si sono trovati a dover scrivere lettere per moltissimi studenti, non solo i migliori.
Ovviamente questo stava succedendo anche nelle altre università, quindi quando la scuola della mia amica ha aperto posti per assegnisti è stata inondata da lettere di referenza di professori di altre scuole. Naturalmente, hanno affrontato la cosa buttando queste lettere di nuovo dentro un LLM chiedendogli di riassumere in tre righe. Nessuno pensa che queste siano identiche a quelle usate per generare le lettere, ma ci va vicino, no?
Chiaramente, questo è terribile. A questo punto le lettere di referenza potrebbero anche solo consistere in tre righe e basta. Dopotutto, l’intero intento comunicativo di una lettera generata da un LLM si riduce a quello; tutto il resto è imbottitura, e tutto ciò che fa è diluire il messaggio principale. Non importa quanto siano grammaticamente corrette o stilisticamente interessanti le frasi generate automaticamente, hanno meno peso delle tre originali. L’AI non conosce nulla dello studente in questione, quindi tutto ciò che aggiunge alle tre frasi è, per definizione, irrilevante nel momento in cui bisogna determinare se il candidato è adeguato per una posizione da assegnista.
Il che mi porta all’arte. In quanto artista attivo e nel terzo decennio di vita professionale, sono giunto alla conclusione che il principio centrale dell’arte è quello di prendere un grande, arcano e irriducibile sentimento che riempie i pensieri dell’artista e tentare di infonderlo in qualche oggetto artistico (un libro, un dipinto, una canzone, una danza, una scultura) nella speranza che la sua opera causerà una vaga replica di quel sentimento arcano e irriducibile nella mente di chi ne fruisce.
L’arte, in poche parole, è un atto comunicativo, ed ecco il problema con l’arte generativa. In quanto scrittore, quando scrivo un romanzo, compio decine (forse centinaia) di minuscole decisioni devote all’evocazione dell’arcano e irriducibile sentimento nella mente di chi legge. Molte di queste non sono nemmeno decisioni consapevoli, ma sono comunque decisioni che non vengono prese sulla base di un riempimento automatico. Uno dei miei romanzi può essere buono e quello dopo peggiore, ma entrambi sono ricchi di intenzioni comunicative. Ciascuna di quelle microdecisioni è un’espressione di intento artistico.
Esattamente come una lettera di referenza di una scuola di giurisprudenza generata da tre righe, il prompt dato a un’IA per produrre scrittura creativa o un’immagine è la somma dell’intento comunicativo infuso nell’opera. Colui che inserisce il prompt ha un arcano e irriducibile sentimento e vogliono creare un’opera con lo scopo di materializzare varianti di quel sentimento nelle menti di altri. Quando consegnano una singola riga di descrizione al LLM, quella, per definizione, è l’unica parte che porta con sé contenuti. L’IA ha preso una frase di comunicazione vera, che aveva lo scopo di trasmettere l’arcano e irriducibile sentimento, e l’ha diluito in mezzo a mille colpi di pennello o decine di migliaia di parole. Credo che sia questo che intendiamo quando diciamo che l’arte generativa è senz’anima e sterile. Come i cinque paragrafi di assurdità generati a partire dalle tre frasi della professoressa di giurisprudenza, l’IA sta imbottendo la parte che rende l’opera arte (le microdecisioni che aiutano a veicolare l’arcano e irriducibile sentimento) con un mucchio di cose che non hanno alcun intento comunicativo. E quindi non può essere arte.
Se la mia tesi è corretta, allora più lavori con l’IA e più artistico diventa il risultato. Se l’IA genera cinquanta varianti dal tuo prompt e ne scegli una tra quelle, è una microdecisione in più che viene infusa nell’opera. Se re-inserisci e re-re-inserisci il prompt per generare correzioni, allora ciascuno di quei prompt è un nuovo carico di microdecisioni che l’IA può spalmare tra le parole o i pixel, aumentando l’intento comunicativo.
Infine: non tutta l’arte è verbosa. La “Fontana” di Marcel Duchamp (un orinatoio firmato R. Mutt) contiene molte poche scelte comunicative: Duchamp ha scelto l’orinatoio e la vernice, ha dipinto la firma e ha pensato il titolo (forse anche un altro paio di scelte in quel caso). Eppure è un capolavoro artistico. Lo so perché quando la guardo percepisco l’arcano e irriducibile sentimento che Duchamp ha infuso nella sua opera affinché io potessi esperire un equivalente del suo impulso artistico.
Ci sono singole frasi, pennellate, passi di danza che danno il via al trasferimento dell’arcano e irriducibile sentimento del creatore direttamente nel mio cervello. È possibile che un singolo prompt molto bello possa produrre un testo o un’immagine che abbia significato artistico, ma non è probabile; nello stesso modo in cui scarabocchiare tre parole su un pezzo di carta o tirare una singola riga difficilmente produrranno un’opera d’arte significativa. Gran parte dell’arte è più o meno verbosa (ma non tutta).
Dunque ecco a voi il motivo per cui non mi piace l’arte generativa. Non per il fatto che all’artista manca l’arcano e irriducibile sentimento; credo fermamente che tutti ne abbiamo. Il problema è che il prompt dato all’IA ha pochissimo intento comunicativo, e quasi ogni buona opera d’arte (ma non tutte) ha più intento comunicativo di ciò che si può inserire in un prompt.
Addendum di Novilunio – e noi cosa ne pensiamo dell’Arte Generativa?

Duchamp è stato uno dei più influenti artisti di inizio Novecento, spesso accostato al movimento dadaista. La Fontana è un’opera ready-made che ha realizzato nel 1917. Il senso della Fontana (e in generale di tutti i ready-made) è quello di prendere un oggetto industriale prodotto in serie, quindi non creato da mani umane, e toglierlo da questo contesto portandolo in quello museale. In questo modo l’oggetto diventa arte. E l’oggetto diventa arte perché viene portato nel museo, non perché l’artista gli infonde un qualche sentimento. È importante notare che non è l’artista a creare l’oggetto: i ready-made devono essere già pronti. Addirittura a volte non è neanche l’artista a portarlo nel museo, come nel caso dello Scolabottiglie di Duchamp, che fu portato da sua sorella alla mostra. L’artista si limita a sceglierlo fra i tanti oggetti in serie. Questi ready-made, dopo le mostre, spesso venivano distrutti o persi, come nel caso della Fontana: l’originale infatti non ci è pervenuto, anche se sono sopravvissute diverse copie.
Ai tempi queste opere d’arte erano molto controverse; non erano state accolte come capolavori, anzi erano fortemente criticate. Pensate al significato, anche fortemente ironico, di mettere un orinatoio o uno scolabottiglie dentro a un museo. La Fontana, ad esempio, non era nemmeno stata esposta al pubblico perché non considerata artistica. Solo adesso queste opere sono considerate capolavori, perché hanno dato il via all’epoca dell’arte contemporanea. Se oggi nei musei vediamo “oggetti strani” è proprio per merito di Duchamp.
In questo senso, l’IA ricopre l’equivalente dei ready-made: un processo automatico e standardizzato fornisce una serie di oggetti che corrispondono a certe caratteristiche (indicate dal prompt) e l’artista sceglie una di queste. La domanda che quindi dobbiamo porci è: le opere generative percorreranno la stessa traiettoria dell’arte ready-made, inizialmente osteggiata e non ammessa in luoghi come biblioteche e librerie per poi essere normalizzata e diventare parte integrante della nostra cultura?
Non abbiamo una risposta univoca (prevedere le tendenze culturali non è facile), ma quello di cui siamo sicuri è che i LLM diventeranno un altro strumento tra i molti a disposizione degli artisti per “facilitare” la trasmissione dell’arcano e irriducibile sentimento di cui parla Doctorow, così come gli editor di testo digitali e i software di dettatura. La differenza con questo tipo di strumenti, naturalmente, sono i compromessi da accettare, ciò che si sacrifica per ottenere questa facilitazione. Alcune abilità che richiedono anni di pratica e perfezionamento (l’efficienza nelle descrizioni, la realisticità dei dialoghi, la formulazione di un sottotesto codificato nel testo e via dicendo) verranno praticate meno da chi si appoggia ai LLM, finché la loro produzione artistica non sarà inscindibilmente legata al loro uso, privandoli di abilità cruciali che sono sempre appartenute a chi si definisce artista. Senza queste abilità, diventerà più difficile per tali artisti distinguere cosa è arte e cosa no, innescando circoli viziosi dei quali è impossibile predire le conseguenze.
Se questo modo di veicolare gli “arcani e irriducibili sentimenti” potrà essere definito arte potranno deciderlo solo i posteri.
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