Eternità

da | Racconti, Dramma, Fantasy

Un racconto di Chiara Mattozzi.

Osservo i narcisi, piccoli soli incatenati alla terra, che si ergono su una tomba. Ondeggiano piano, il vento non è che un sospiro gelido. Uno di essi ha reclinato il capo per appoggiarlo alla grigia lapide.

Sfioro la pietra, antica come il mondo, incisa da mani sapienti. Lo stemma con due spade incrociate, sormontate da un elmo piumato. Una cascata di piume circonda le armi come se un angelo distratto le avesse perse volando via da questo luogo.

Da quanto tempo attendo qui?

Con la sua luce come fuoco liquido, il sole morente inonda il cimitero. Le ombre degli antichi tassi si protendono verso di me come le braccia di vecchi amici. Hanno la voce degli aironi che lasciano il lago per volare oltre la montagna.

Sento i passi dei cervi che passano alle mie spalle con la loro naturale regalità. Il sole si incastra tra i palchi, per un istante un’ombra simile a una selvaggia corona si staglia sulla lastra di pietra.

Quanti tramonti ho visto e quanti altri ne vedrò?

Potrei voltarmi, seguire con lo sguardo il volo degli uccelli che si dirigono verso il tramonto. Potrei farlo, ma non lo faccio mai.

Non mi volto da quando, per l’ultima volta, Eoin si è allontanato da qui. L’ho guardato andare al lago ed entrare nelle sue acque plumbee per non uscirne più. Avrei voluto seguirlo.

Ho gridato e i cervi hanno bramito, ma lui non si è voltato.

Vittima volontaria, si è lasciato trascinare a fondo dagli anelli di ferro che gli hanno salvato la vita tante volte. Laddove una lama non può passare, l’acqua si insinua facilmente, fredda e impietosa.

Il lago, custode dei segreti più profondi, non fa domande, non si agita, non si infuria come il mare. È così che lo ha accolto: con il silenzio solenne di un luogo sacro, con la rassicurante promessa dell’eterno oblio.

Ho sentito una storia, tanto tempo fa, di un re che ricevette la sua spada dalla sovrana di uno specchio d’acqua. Ho aspettato che un candido braccio si levasse per accogliere Eoin, che qualcuno prendesse la sua mano per accompagnarlo, ma lui se ne è andato da solo.

La notte attraversa i vecchi archi dell’abbazia sulle ali di un gufo, vola rapida tra le colonne e si lancia silenziosa verso la foresta dove dimorano ombre e spiriti più antichi di quanto si possa immaginare.

Le mie dita sono ancora sulla pietra, il sole l’aveva resa tiepida, ma il calore sta già svanendo. In questo luogo, l’eternitàè un continuo scomparire. Un tempo le campane suonavano e i monaci intonavano cantilene capaci di raggiungere Dio nel Suo regno.

I loro passi riecheggiano ancora nel chiostro, la luce di ghiaccio della luna lascia intravedere le loro ombre. È solo un istante. Il battito di un cuore, il grido di un uccello, poi anche loro svaniscono. Gli animali si acquietano, i passi non si odono più.

Sotto allo stemma, la pietra è liscia, vergine. Le mani esperte che hanno scolpito con tanta cura le spade e le piume hanno dimenticato di andare oltre. La lapide aspetta che lo scalpello torni a completare la sua opera.

L’eternità è un’attesa. È una preghiera che tarda ad arrivare, una campana che ha perso la sua lingua di metallo. I vecchi tassi lo sanno, attendono da secoli Dio solo sa cosa. Lo sanno anche i morti che aspettano candele che non verranno mai accese e la voce del Signore che li chiami finalmente a rinascere. Aspettiamo tutti qualcosa e, nel frattempo, ci dissolviamo.

Le stelle indicano vie che non seguirò, non so neanche se potrei farlo, volendo. Posso forse allontanarmi da qui? Potrei smettere di osservare questa lapide lasciata a metà?

So che non riuscirei a tornare a guardare il lago, non senza aspettare che lui esca dall’acqua o che riappaia sulla riva per scivolare di nuovo sotto la superficie.

Ma se lo vedessi farlo di nuovo, sarei forse in grado di fermarlo? Se tornassimo indietro; se, per una volta, il tempo scorresse al contrario e l’abbazia tornasse tutta intera; se i monaci tornassero in vita e le campane riprendessero a cantare con il vento dalla loro torre, cambierebbe qualcosa?

Riuscirei forse a impedire che una freccia divida un cuore in due? Stavolta, guarderei dalla parte giusta? Ma come potrei impedire ai miei occhi di restare inchiodati a lui? Se fosse la mia ultima occasione per vederlo ridere, mi priverei forse di quella gloriosa vista?

L’eternità, quella che Eoin e io ci eravamo promessi, è stata più veloce di un cervo che fugge nella foresta. Un dardo l’ha fermata, lasciandola cadere con un tonfo da un cavallo al galoppo. Ha rotolato, scomposta, tra rocce appuntite e rami spezzati. La carne si è lacerata. Il futuro, denso e cremisi, è sgorgato via. Appartiene agli alberi ora, le radici contorte lo hanno bevuto con avidità, senza lasciare tracce.

Il buio ha divorato il nostro per sempre, ma non se ne è andato in silenzio. Un grido ha agitato i corvi, il funereo stormo ha cantato il suo elogio.

Sono rimaste due spade, un abbraccio che nessuna freccia spezzerà. Il lago ha portato via il resto. Il nome, la data, una preghiera. Senza Eoin, lo scultore si è fermato, è scivolato via come le ombre all’alba, lasciando la pietra intatta, in perenne attesa.

Io aspetto ancora davanti a un lavoro completo a metà, tra le rovine dell’antica gloria di Dio e dei suoi servi cantilenanti. Resto a guardare i riflessi del tramonto, ascoltando le voci distanti di chi se ne è andato da tempo immemore.

Le radici dei narcisi mi trattengono, hanno trovato un passaggio laddove il legno ormai marcio ha ceduto. Stringono le mie ossa con la stessa dolcezza con cui Eoin stringeva le mie mani. Fedeli mi abbracciano, uniche compagne della mia eternità.

Ai narcisi non importa chi fossi, né come sia giunto fin qui. Il mio nome è sconosciuto al mondo, a coloro che, ancora oggi, si aggirano tra queste mura in cerca di un passato ormai lontano.

Ho visto tanti occhi posarsi rapidi sulla mia lapide, scorrere sulle spade e cercare quelle parole che non furono mai scritte. Ho visto la delusione o l’indifferenza riempire quegli sguardi un istante prima che si allontanassero. Ho visto pellegrini distratti calpestare i narcisi e andare oltre incuranti di tutto, persi in chissà quali mondi, in pensieri che non ho potuto cogliere.

Ho sussultato, sentendo parole che mi sembravano familiari. Nomi un tempo conosciuti, echi di giorni passati.

Sento le mani di sconosciuti sfiorare la pietra, forse, mi ripeto, stavolta qualcuno scriverà il mio nome.

Lo ripeto in continuazione, a ogni mano, a ogni sguardo. Non accade mai niente. Lo scultore non c’è più, come non c’è più Eoin. Ma se anche tornasse, se anche qualcuno ricordasse di dover finire questa lapide, chi ricorderebbe il mio nome?

Io stesso non lo ricordo più. Ricordo il suono della sua risata, i corvi che gridavano prima del silenzio della morte, ma non ricordo il nome con cui Eoin mi chiamava.

Forse qui non c’è nessuno.

Lo dicono sempre i pellegrini delusi dalla mia lapide. A volte lo penso anche io, guardando le ombre che ogni notte ingoiano il mondo intorno a me.

Il lago solo sa il mio nome. Lui l’ha sussurrato all’acqua prima di sparire per sempre. Lo conoscono i pesci e gli aironi, i corvi e i cervi.

Lo conoscevano i monaci e le campane, forse i tassi ne conservano ancora la memoria tra i loro rami solidi.

Ma io aspetto ancora. Aspetto che le candele vengano accese e che le preghiere siano recitate per me. Aspetto che il lago restituisca ciò che ha portato via, che qualcuno torni a incidere il mio nome per consegnarlo all’eternità.

E, nell’attesa, svanisco.

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