Il Ventunesimo Secolo continua a regalarci sorprese… in negativo: dal genocidio di Gaza alla bolla speculativa delle IA, dagli attacchi di Trump agli stati europei all’inverno che cede il passo a un lungo autunno, sembra sempre più difficile immaginare un futuro positivo.
Abdelhadi e O’Brien però non mollano l’ideale, e si adoperano per dettagliare una progressione di eventi che dai giorni nostri al 2072 porta all’indipendenza della città di New York. Cinquant’anni di storia in dodici interviste a personaggi che li hanno vissuti e combattuti, e che raccontano attraverso le autrici vari aspetti di un mondo e di una città che ha sconfitto i mostri del nostro secolo e continua a combattere: questo è Everything for Everyone.
Da grande appassionato di solarpunk, utopie e speculazione sui futuri possibili, sapevo che questo titolo sarebbe stato perfetto per me. Eppure non ha rispettato tutte le aspettative; dunque entrerò nel dettaglio di cosa mi ha colpito e di cosa avrei voluto di più.
Segnalo inoltre che, nonostante il romanzo sia uscito nel 2022, non è ancora disponibile una traduzione in lingua italiana.
La Struttura: Interviste dal futuro
L’elemento centrale del “romanzo” è la forma, di un coraggio ammirevole: le autrici parlano in veste di loro stesse ma dall’anno 2072, in cui conducono un progetto di storia orale volto a raccogliere le esperienze di chi ha vissuto le lotte con la polizia, con gli industriali, con i fascisti e con il governo. Seppure inizialmente l’idea del “self-insert” mi aveva fatto storcere il naso, lungo la narrazione le autrici fanno un ottimo lavoro nel prendere per mano il lettore e guidarlo attraverso le complicazioni e le evoluzioni di un mondo che è già cambiato radicalmente, attraverso le parole degli intervistati.
Questi ultimi mi hanno invece emozionato assai meno: ciascuno compare per un solo capitolo e non ci sono particolari collegamenti con le storie narrate da altri, rendendo i capitoli quasi come mini-storie a compartimenti stagni, con l’unico elemento in comune che consiste nell’ambientazione dell’America post-rivoluzione. Non ho avuto modo di sviluppare veri legami con nessuno di essi, e nonostante tutte le loro storie abbiano elementi interessanti, rimangono spesso confinati a qualche battuta, prima che l’intervista passi alla domanda seguente senza approfondire troppo alcuni aspetti che invece avrei voluto volentieri leggere. Non credo questo sia un difetto di per sé, ma una divisione che può piacere o meno a seconda del lettore.
I Pregi: varietà e realismo
Il punto di forza più convincente di questo romanzo è, a mio parere, la grande cura nei dettagli che le autrici hanno infuso attraverso i capitoli. Non è un futuro generico e vago quello in cui ci trasportano, bensì uno costruito con cura e il cui sentiero percorso, costellato delle battaglie (sulle quali ho un paio di riserve, vedasi sotto), delle sconfitte e delle vittorie degli intervistati, brilla guardandosi alle spalle. La successione temporale degli eventi non è solo logica ma anche plausibile; l’utopia che New York conquista non nasce in un giorno né in una settimana, ma è frutto di un processo ventennale fatto anche di fallimenti e traumi, cause perse e ostacoli insormontabili.
Un altro asso nella manica è la rappresentazione: da Miss Kelley la “skinner” (neologismo per sex worker) ad An Zhou il conservatore di foreste, abbondano i personaggi queer, di etnie, nazionalità e religioni diverse, ma anche (e questo non è banale in un romanzo del genere) di ogni età, dai diciassettenni alle settantenni. Una storia alla volta emerge l’immagine di un futuro in cui nessuno è lasciato indietro o costretto ai margini della società a causa di differenze di orientamento o colore della pelle, e in cui tutte le professioni e gli interessi hanno il loro valore e la loro dignità.
I Difetti: parlare a un unico pubblico
È stato il secondo capitolo, quello narrato dal partigiano palestinese Kawkab Hassan, a mettermi la prima pulce nell’orecchio. Perché in una storia ambientata a New York (la copertina del romanzo è una mappa stilizzata della Grande Mela), un personaggio narra della liberazione della Palestina?
Così molti dei capitoli a seguire ripetono un pattern che diventa impossibile non notare: lo status quo oppressivo negli anni Trenta e Quaranta, la ribellione, il conflitto armato, e la lenta ricostruzione che segue. Ogni conflitto ideologico viene risolto con uno scontro in cui alla fine, nonostante qualche difficoltà, i “buoni” vincono sempre. L’utopia di O’Brien e Abdelhadi poggia interamente sul mito della rivoluzione, senza davvero immaginare come altri sistemi possano essere possibili se non come conseguenza di uno scontro armato con l’oppressore.
E se, come detto in precedenza, se la successione temporale degli eventi dimostra grande realismo e cura, molto meno lo sono i singoli scontri armati: in ogni battaglia i protagonisti sono in minoranza, equipaggiati peggio e in carenza di risorse, ma sorvolando sui dettagli degli eventi riescono a sopraffare varie fazioni al potere armate fino ai denti; nel tentativo di aumentare la tensione, viene meno il realismo che brilla altrove. Almeno la metà dei capitoli richiedono un grande investimento di sospensione d’incredulità da parte del lettore, il quale è lasciato a immaginarsi le battaglie mai raccontate; quello che conta, dopotutto, è immaginarsi l’esito.
Il terzo elemento, di cui invece ci si accorge solo dopo la metà del romanzo, è che ogni capitolo non sembra essere dedicato a un personaggio ma a una particolare dimensione della liberazione che le autrici prefigurano. Un capitolo è dedicato alla liberazione del sex work, uno alla liberazione del genere, uno alla liberazione della Palestina, uno alla liberazione dalla famiglia nucleare, e così via. I personaggi sono diventati così, ai miei occhi, semplici veicoli per parlare di un tema per volta, con intersezioni minime e storie personali che sembrano confezionate per porre l’attenzione su quel preciso tema e null’altro.
L’impressione che ho avuto è che le autrici sappiano bene di rivolgersi a un pubblico di una certa fazione politica, e intendono mostrare loro la visione più possibile aderente alle aspettative e agli ideali di quella fazione. Fazione a cui peraltro appartengo anche io (lo ammetto senza vergogna), ed è stata forse questa consapevolezza a far suonare il campanello d’allarme su come non venga mai intervistato qualcuno che, ad esempio, la rivoluzione non la voleva, o che ha perso tutto ed è stato costretto ad adattarsi a un mondo troppo diverso al quale non era pronto. Per quanto l’utopia sia attraente, è straniante vedere come non ci siano opposizioni a essa, né disaccordi fondamentali.
Nonostante gli encomiabili tentativi di proporre una visione di un futuro positivo, le autrici cadono nella trappola della miopia nell’altro senso, dimenticandosi di immaginare quello stesso mondo visto da altri occhi. I poliziotti, i fascisti, i politici coi quali i protagonisti si scontrano non hanno mai un volto, non hanno mai un nome, non hanno mai una voce loro. E questo è forse un sintomo, loro malgrado, di gran parte del discorso politico d’oltreoceano.
Conclusione
Everything for Everyone è un romanzo scorrevole e immaginifico, carico di visioni e di utopie che si intrecciano e si sostengono a vicenda; eppure spesso ricalca altre utopie già immaginate, talvolta con meno profondità e meno empatia. Se è il vostro primo approccio a un romanzo di questo genere, avrete pane per i vostri denti; se invece avete già dimestichezza con altre utopie, potrebbe mancare un po’ di ripieno.
Avete letto anche voi questo romanzo? Se sì, qual è stata la vostra storia preferita? Vi siete riconosciuti in qualche personaggio, o siete stati ispirati dalle loro narrazioni? Fatecelo sapere nei commenti!
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