Le nostre recensioni, finora, si sono concentrate perlopiù su autori pubblicati dalle case editrici nostrane. Oggi voglio proporvi un’esperienza più artigianale, un libro autopubblicato: Echi della Torre Pallida, di Alessandro Mezzavilla, uscito lo scorso settembre. Il libro, una raccolta di cinque racconti lunghi, mi ha catturato per l’ampia proposta di ambientazioni diverse, che spaziano dal fantasy più classico al cyberpunk, passando per interessanti sperimentazioni folkloriche: una proposta, questa, che viene incontro alla nostra domanda di diversità e rinnovamento della narrativa fantastica.
L’autore non è peraltro una novità per noi, in quanto abbiamo già avuto modo di collaborarci pubblicando il suo racconto Alla fine dell’Eco nel n°2 della Chimera (che vi invitiamo a leggere qui se volete un esempio brevissimo della sua scrittura).
Considerazioni formali
Prima di dedicarmi a un’esposizione dei contenuti, mi sembra opportuno dedicare uno spazio alla forma dei racconti, sulla quale non intendo però soffermarmi.
In questo senso, il maggior merito della raccolta sono le descrizioni ambientali: dalle paludi selvagge di Lampyridae ai freddi edifici di Bellow, i mondi sono sempre raccontati con sintesi e naturalezza, mettendo in risalto di volta in volta i pochi elementi necessari a vivificare la scena. Tuttavia, capita occasionalmente di incontrare alcuni passaggi che (forse nel tentativo di mantenere lo slancio poetico) si avventurano in costruzioni e termini che appesantiscono la lettura in maniera eccessiva. Oppure, in senso opposto, alcuni passaggi risultano sbrigativi e colloquiali, talvolta interrompendo bruscamente l’immersione.
Si tratta comunque di una minoranza di casi, che saltano all’occhio proprio per l’opposizione a una narrazione di per sé scorrevole e mai monotona: anche tra i diversi racconti è possibile riconoscere piccole variazioni stilistiche che contribuiscono a distinguere le diverse ambientazioni.
La struttura
Come dicevo, Echi della Torre Pallida è una raccolta che si compone di cinque racconti:
Lampyridae racconta la vita di una società tribale che abita la grande palude, la sua fragile convivenza con la società dei nematoridi e le imprevedibili conseguenze di uno sconvolgimento ambientale improvviso: la fine della notte. La storia segue in particolare le vicende di Aster e Lucille, la loro unione, la loro separazione e i loro tentativi di adeguarsi al nuovo equilibrio ambientale e sociale, sviluppandosi attraverso un lungo arco temporale che cerca di contenere tutta la complessità di un mondo in rapido mutamento.
Arnauyq intreccia il mondo ci presenta una realtà esplicitamente ispirata alla cultura e mitologia inuit, freddo e arido, dove anche trovare il cibo è una sfida e gli equilibri naturali sono vissuti con grande intensità. Quando uno strano male inizia a colpire gli animali, la piccola Arnauyq è espulsa dalla famiglia e costretta a un faticoso viaggio per incontrare gli sciamani capaci di spezzare la maledizione. Una storia che ricorda da vicino i racconti mitologici sulla rinascita della natura e la rigenerazione del mondo.
Orbitale concede un momento di respiro, mostrando attraverso brevi episodi la vita nella società di Esfera Segunda (questa volta di ispirazione moderna), consumata dalla fame di un sapere arcano. Il punto forte di questi rapidi ritratti è senza dubbio il dolce tocco umano che emerge dai personaggi, i profondi legami emotivi che li caratterizzano.
Giubileo propone un’atmosfera più tesa, quella della corte fatata di Mellifera, dove la riunione rituale dell’aristocrazia funge da catalizzatore di tutte le sue perversioni. Ogni mossa è finemente calcolata, ogni interazione una maschera: in una simile realtà, quale spazio rimane per il sogno innocente?
Ad Avalon ci incontreremo ancora, infine, ci porta nelle profondità metalliche e malfamate di Bellow, in cui tutto sembra spogliato della sua poesia, ma l’essenza magica del mito sopravvive ancora a stenti da qualche parte. Nelle ciniche indagini di Gawain Blake, che lo portano sulle tracce della banda degli Avalon, sembra essere in gioco molto più di un pugno di soldi. Ma non tutti sono disposti ad ascoltare.
Il tutto è legato da una comune cosmologia, quella dei mondi-isola, e dai semi, una misteriosa forza naturale che in ogni storia lascia la sua impronta elusiva, oltre che dalla narrazione ermetica dell’Infelice, che costituisce la cornice. Per quanto riguarda i temi, per stessa ammissione dell’autore l’elemento ricorrente è il rimorso (verso una persona, un ideale, un passato…) che la varietà di ambientazioni permette di affrontare a tutto tondo.
Nella prossima sezione, entrerò nel dettaglio dei singoli racconti.
Lampyridae
Lampyridae ha un inizio particolarmente solido: la società tribale dei protagonisti, descritta con poche immagini, risulta chiara e credibile. Lungi da inopportune stereotipizzazioni o ingenuità, le due famiglie protagoniste hanno una propria dignità e umanità che passa attraverso le loro preoccupazioni quotidiane, i ruoli familiari e i ritmi della vita. Similmente, lo sviluppo dell’amore ancora infantile dei due protagonisti è raccontato con grande spontaneità. Più critica è la seconda parte del racconto, che si allunga attraverso le loro vite, i loro incontri e separazioni, a tratti con una frettolosità che stona rispetto alla cura con cui sono affrontati altri momenti focali. Ciò (certamente attribuibile alla necessità di contenere la lunghezza del racconto) non rovina la fruizione della storia, ma mi lascia amarezza la brevità con cui è stata affrontata in particolare la sezione finale di Aster: una vicenda che a mio avviso avrebbe potuto meglio racchiudere il nucleo tematico di Lampyridae rispetto a quello che l’autore ha scelto come momento focale.
Si tratta di un tipo di racconto assolutamente necessario ed encomiabile. Risulta però depotenziato dalla scarsa presenza dello sconvolgimento climatico nella narrazione stessa, che io perlomeno avevo quasi dimenticato. Per meglio dire: ci viene comunicato l’avvenimento, ma sono scarse le descrizioni che ce ne ricordino gli effetti. Un accorgimento, questo, che avrebbe potuto rendere il racconto molto più solido.
Al di là di ciò, ho trovato particolarmente ben riuscita la parte di storia dedicata a Lucille che, oltre ad avere una voce narrante distinta da quella di Aster, sembra ripercorrere il viaggio di un eroe mitico: la fuga dalla terra natale, l’invenzione di una pratica fondamentale e infine
Arnauyq intreccia il mondo
Lo stesso tema mitico è ancora più evidente nel racconto di Arnauyq, senza dubbio quello che ho preferito. In questo caso, il viaggio è l’elemento centrale: l’esplorazione del mondo gelido e inaccogliente si incontra con quella interiore della giovanissima protagonista che, esiliata dalla famiglia, è costretta a conciliare il desiderio della propria femminilità con il ruolo di guerriero impostole. A lei si contrappone il mutamento del mondo,
Molto soddisfacente a questo proposito è la risoluzione del conflitto, dove sono proprio le qualità femminili di Arnauyq a permettere di ristabilire l’equilibrio naturale, in una declinazione imprevista del suo ruolo guerriero. Se insomma non mi dilungo molto su questo racconto è semplicemente perché non ho nulla da criticargli: in Arnauyq intreccia il mondo si incontrano con eleganza i temi della responsabilità collettiva come quella individuale, dell’accettazione di sé e del mondo, dell’equilibrio e dei cicli della natura.
Ulteriori note di merito vanno alla narrazione, che sceglie di omettere le caporali per incastrare i dialoghi all’interno delle descrizioni come in un racconto orale (coerentemente alla cultura cui l’ambientazione si ispira), e alle descrizioni ambientali, che con pochi dettagli riescono a dare vitalità al mondo senza spendersi in spiegoni ineleganti, anzi lasciando la piacevole impressione che ci sia molto al di là di ciò che la protagonista ha materialmente modo di incontrare, con delle proprie storie che si inseriscono solo di traverso nella nostra.
Orbitale
Orbitale, il racconto centrale, è probabilmente il più debole della raccolta. Questo non per dire che sia brutto, ma a più riprese ho avuto la sensazione che si muovesse senza una direzione chiara. Orbitale si compone a sua volta di cinque racconti molto brevi allo scopo di osservare brevemente le vite degli abitanti di Esfera Segunda, una società tecnologicamente progredita e affamata di conoscenza. Per quanto sia interessante almeno nei princìpi, credo che la brevità estrema di queste storie non aiuti a dar loro la giusta profondità, al che molte mi hanno lasciato indifferente quando non perplesso. A mio avviso (ma potrebbe trattarsi di gusto personale) un altro problema è stato limitarsi a raccontare questo mondo attraverso un singolo ambiente sociale, laddove la struttura episodica si sarebbe prestata a un racconto più trasversale (non credo sia un caso che il suo segmento meglio riuscito – peraltro uno dei più memorabili della raccolta – sia raccontato attraverso gli occhi di un’emarginata).
In effetti, come dicevo, Orbitale non è certo brutto: come nel sopracitato segmento, anche altrove emerge un tocco umano dolce (caratteristico dell’intera raccolta) e funziona bene come elemento di stacco, dal respiro più ampio e rilassato rispetto agli altri quattro racconti. Eppure, per molti aspetti rimane meno ispirato (e ispirante) degli stessi.
Giubileo
Un immaginario sociale molto più vivido è invece quello di Giubileo, che ci immerge in una corte fatata, di quelle che vedevamo da bambini nelle fiabe: una festa di palazzo affollata da creature ibride di ogni genere, dove seguiamo Liz e Quell, amanti segreti e insicuri del proprio destino. Ma questa estetica sognante è solo l’involucro di una realtà aristocratica decadente, segnata dalla malattia e piegata dai propri stessi giochi di potere ai comportamenti più degradanti. L’etichetta dell’alta società diventa maschera grottesca, l’ibrido fiabesco diventa un essere bestiale.
Liz e Quell sono dunque divisi tra i propri ideali romantici e la realtà degradante in cui vivono e con cui sono costretti a confrontarsi, una tensione che, per quanto presente in molte storie, difficilmente è supportata così bene dall’ambientazione e dal worldbuilding, senza i quali il racconto perderebbe molta della sua forza.
Anche in questo caso, la protagonista femminile è uno tra gli elementi meglio riusciti, con la sua amarezza e ambiguità che la fanno camminare in bilico tra l’ingenuità idealistica e la più completa disillusione. Quell, d’altro canto, è stato una lettura meno soddisfacente a causa della sua inattività che, per quanto realistica e caratterizzante, lo ha forse trattenuto eccessivamente nella narrazione; un difetto comunque bilanciato dal suo peso decisivo nel finale. Il finale stesso è stato per me un elemento di forte dubbio, avendolo trovato a una prima lettura eccessivamente crudo e gratuito, ma dopo averci riflettuto si tratta probabilmente della scelta più coerente con l’ambientazione che ci era stata inizialmente presentata.
Ad Avalon ci incontreremo ancora
La raccolta si chiude spostandosi nell’immaginario cyberpunk, nell’angusta città di Bellow, ingrigita da androidi di servizio e ambienti fatiscenti. La storia segue le indagini di Gawain Blake, investigatore privato incaricato di rintracciare l’Aleph, un artefatto misterioso di proprietà della megacorporazione Kintsugi. Per farlo, dovrà ricostruire il profilo della banda di ladri, gli Avalon, e confrontarsi con i segreti della città stessa.
Bellow è dunque un ambiente cyberpunk da manuale e anche Blake aderisce fedelmente all’archetipo dell’investigatore privato statunitense (al punto che i dialoghi respirano un certo “doppiaggese“, se mi passate il termine), con uno sviluppo piuttosto lineare e prevedibile. Similmente, anche gli Avalon ricalcano il ruolo classico dei giovani criminali di buon cuore, faticando a trovare una propria personalità distinta, con l’eccezione forse di Morgane.
Se il racconto non si distingue tra gli altri per l’originalità del setting, però, la scelta non è solo estetica, ma funzionale a concludere il ciclo tematico della raccolta: specularmente ad Arnauyq e Lampyridae, qui siamo immersi all’interno di una società che fa del dominio (o piuttosto il rigore) umano la propria filosofia, soffocando quanto esula dai suoi piani. Ma così come Arnauyq, anche gli Avalon, orfani della natura, sono disposti a saltare nel vuoto pur di ristabilire l’equilibrio perduto.
Conclusioni
Per concludere, ritengo che Echi della Torre Pallida di Alessandro Mezzavilla sia una prima esperienza non certo priva di difetti, ma i cui pregi rimangono impressi in maniera molto più significativa. Soprattutto, mi sento di consigliare la lettura a quelli che cercano storie attente alle proprie tematiche e narrazioni originali. Esperimenti del genere meriterebbero maggiore attenzione non tanto per un’esecuzione impeccabile, quanto perché necessari a rivivificare un panorama del fantastico paralizzato dalle necessità editoriali e pericolosamente chiuso in una bolla autorefenziale.
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