Il Priore Oscuro – Recensione amara

da | Feb 19, 2026 | Recensioni, Dark Fantasy, Fantasy

È con non poco rammarico che recensisco Il Priore Oscuro di Jack Roland, autore con il quale ho avuto il piacere di scambiare qualche parola e che mi è parso una persona piacevole, con evidente amore ed entusiasmo per ciò che fa, ma l’esperienza di lettura è stata, ahimè, molto sofferta. Invero, non avessi avuto l’intenzione di scriverci una recensione, avrei abbandonato la lettura attorno alla pagina 300, dopo la quale ho trovato che i capitoli peggiorassero progressivamente.

Ma di cosa parla Il Priore Oscuro?
La trama vede il cavaliere non-morto Tristo – reso pseudo-immortale da un Priore, una delle dodici divinità in grado di controllare un aspetto della realtà o comunque un elemento – intraprendere una missione per sconfiggere la Strega Wén, la donna elevatasi al pari degli altri Priori tramite la stregoneria. L’obiettivo della Strega è sterminare l’umanità, verso la quale non nutre più alcun affetto, e per farlo sfrutterà i propri poteri blasfemi, fra i quali spicca la sua capacità di creare mostruosità estremamente potenti – gli strigoi – e armate di infetti: si tratta, sostanzialmente, di zombie dal look fungino, probabilmente ispirati ai mostri di The Last of Us. Altra tessera del puzzle è Valka la Sanguinaria, un’ex-seguace della Strega, grazie al cui supporto è ascesa al proprio rango di dominatrice di un vasto territorio, ma che ora non vuole più combattere per l’Ordine Bianco del quale Wén è a capo (in una simpatica sovversione del tropo cromatico “Bianco-Buono” e “Nero-Malvagio”, qui per l’appunto capovolto).

I Personaggi

Cercando di procedere con ordine, vorrei parlare dei personaggi: prima nota dolente dell’opera.
Come menzionato nella presentazione del romanzo, i protagonisti della vicenda sono Tristo, il nostro Priore Oscuro – titolo che ho trovato mal riposto da inizio a fine lettura, dato che egli non ha nulla di paragonabile ai poteri dei Dodici Priori –, e Valka la Sanguinaria, la Madre dei Predoni. Quest’ultima, in alcune occasioni, viene denominata regina o imperatrice, senza vere spiegazioni, lasciandomi dunque perplesso data la natura distinta dei due titoli.

Tristo è un personaggio… triste. Si perdoni il gioco di parole, ma mi sto rifacendo a quanto detto all’interno del testo, siccome egli si è dimenticato il proprio nome di nascita (Ethan) e riceve quello con cui verrà menzionato d’ora in avanti. Il problema è che, tale nome, gli si addice non tanto perché si tratta un personaggio affetto da grande travaglio emotivo, quantomeno non l’ho notato leggendo, ma proprio perché l’ho trovato dolorosamente piatto: da che ho iniziato il romanzo, fino a che non l’ho concluso, non ho mai provato una singola emozione nei suoi confronti. In favore dell’onestà intellettuale, pongo una piccola postilla su quanto ho appena detto: l’unica istanza in cui mi è importato di cosa stesse facendo e vivendo è stato nel primo capitolo, durante il quale è costretto a uccidere la propria moglie e i propri figli. Ma siccome Jack Roland rende l’evento assolutamente senza conseguenze dal punto di vista psico-emotivo e dello sviluppo del personaggio, io, da lettore, ho semplicemente fatto lo stesso: mi sono scrollato le spalle e ho fatto finta di niente. In sostanza, non ho mai trovato che Tristo dicesse alcunché di stimolante, né che avesse pensieri o monologhi interiori accattivanti, e, a mio dire, non compie nemmeno chissà quali eclatanti azioni – di ciò ne parleremo meglio in seguito – dimostrando una distinta incostanza nella caratterizzazione: vi sono momenti in cui dice di non provare più nulla, di non avere alcuna paura, poi, tempo due pagine, fugge ”terrorizzato“ da una situazione di pericolo. Simili operazioni hanno senso se si vuole dare l’idea che il personaggio sia un narratore inaffidabile o se si scrive una parodia, non se l’obiettivo è farmi prendere sul serio il protagonista di un’opera dark.

Valka la Sanguinaria è invece eccellente se paragonata alla sua co-star, ma purtroppo ciò non la rende comunque un buon personaggio ai miei occhi. Il principale problema che ho con la Madre dei Predoni è il suo essere abbastanza insopportabile – nota, si vedrà, che accomuna molti altri personaggi, specie fra i secondari – e che non si dimostra mai o quasi competente e degna del proprio rango: anche accettando che sia salita al potere grazie all’influenza della Strega, ciò non spiega come sia riuscita a restare in carica dopo la caduta di quest’ultima durante il Prologo. Ci troviamo nuovamente dinanzi a un personaggio poco proattivo – ribadisco che nessuno può battere Tristo in questo, il quale agisce prevalentemente dietro a imbeccate altrui – e che praticamente ogni volta che è su pagina non offre spunti interessanti. Invero, i due protagonisti sembrano foglie spinte in giro da una brezza capricciosa, non individui in comando delle proprie vite. No, non accetto che si dica che sono influenzati da forze molto più grandi di loro, la ritengo una scusa pigra e trita, che comunque non spiega la portata della loro passività.

Parliamo dunque della grande cattiva, la nostra Strega del Tredicesimo elemento, Wén. Poche volte ho visto un cattivo che delude tanto se paragonato alla sua presentazione iniziale, perché, la strega, si presenta bene: nel Prologo, oltre a qualche critica minore, ho pensato di avere un libro intrigante fra le mani, con un cattivo efficace seppure dal sapore noto (l’opera ha molteplici richiami, più o meno espliciti, al manga Berserk di Kentaro Miura, e Wén viene introdotta in modo molto ammiccante a Slan, il demone femminile della Mano di Dio), ma la magia svanisce presto, e quando la Strega ricompare la sua presenza è… anticlimatica. Per via della sua magia, in seguito alla propria ”morte“ nel Prologo, Wén si reincarna in una bambina, ma, anziché turbarmi per la dissacrazione del corpo della piccola con la presenza di un male tanto grande, l’accostamento mi delude: la Strega si dimostra petulante ed estremamente volgare, più sboccata di uno scaricatore di porto, i cui dialoghi – e quelli delle sue interlocutrici – sono costellati da più sinonimi di ”signora della notte“ che di altre parole. Capisco la cupezza, lo pseudo-medioevo, quello che si vuole, ma qua penso sia una questione di mancata finezza ed eleganza stilistica, oltre che un terribile scivolone per quanto riguarda la voce dei personaggi. Ancora una volta, la gravitas che dovrebbe venire percepita scivola nel ridicolo non voluto. Vorrei aggiungere dettagli circa l’inettitudine e l’apparente stupidità dell’antagonista – che dovrebbe invece essere un’acutissima maga, in circolazione da secoli se non millenni, che ha quasi distrutto l’intera umanità – ma si tratta di elementi di trama avanzata, per cui li menzionerò brevemente in un secondo momento.

Parliamo succintamente dei personaggi secondari: primo fra tutti, uno dei pochi che ho trovato funzionare e, forse l’unico, che ho apprezzato, ovvero il ”buon“ Scroto, che mi ha fatto sorridere insieme ai suoi compari norreni durante i loro siparietti comico-grotteschi. Vi è poi Blasco Delmar, il quale, per quanto macchiettistico, riesce nella sua funzione. Già più traballante è Averil, la veggente che accompagna Tristo in gran parte dei suoi viaggi, la quale, di nuovo, non ha molta personalità o momenti in cui spicca. Menziono dunque la mia ”adorata“ Vesper, l’esperide (una mutaforma che può divenir gatta di notte), la cui unica funzione è esistere come amante di Tristo, per ragioni che lasciano alquanto a desiderare; essa è, ai miei occhi, il personaggio peggiore e più insopportabile di tutto il romanzo: volgare, soprattutto quando non ce n’è bisogno, stupida, quando invece dovrebbe essere astuta, e totalmente incapace di farmi provare alcuna empatia nei suoi confronti. Mi dispiace, ma non condivide nulla con l’omonima femme fatale di Casinò Royal (film di 007) alla quale è chiaramente ”ispirata“ : sono pressoché identiche, nome incluso, nell’aspetto e nel ruolo di supporto del protagonista maschile. Ci sarebbero un paio d’altri personaggi secondari di cui parlare, volendo, come Padre Goffredo, occasionalmente simpatico, ma si tratta ancora di macchiette con personalità e approfondimento pressoché nulli. L’unico altro personaggio che occupa una posizione di spicco nel romanzo è Bonifacio, il Priore del Sangue e della Scintilla della Vita, il quale si presenta davvero bene, ma, considerando come viene gestito, si rivela ai miei occhi come l’ennesima occasione sprecata.

Il Mondo

Il mondo in cui è ambientato il Priore Oscuro si presenta bene, siccome sembra fare sfoggio di grande profondità, fra re e nobili, nazioni e popoli, fazioni e alleanze, vasti territori da esplorare, un pantheon di divinità assortite, potenti e misteriose magie ancestrali, ma, procedendo con la lettura, si inizia semmai a provare la sensazione opposta.

Questa graziosa pseudo-Europa medioevale ne mantiene solo alcuni orpelli e richiami, ma di sostanza viene mostrato molto poco – specifico che, avere un vastissimo o particolarmente profondo worldbuilding non è sempre essenziale (io lo apprezzo per mio gusto personale, ma non ogni lettore cerca le medesime cose in un’opera) eppure credo che aiuti a sentirsi coinvolti nella vicenda – cosa che qui, per colpa di trama e personaggi, già non succede. Seppure non rilevanti ai fini di trama ma solo come elemento estetico, vi sono anche allusioni circa la possibilità che l’Espero (il mondo dove si svolge la vicenda) sia in realtà il nostro mondo in un futuro alquanto remoto: un popolo professa un culto antico, secondo il quale vi è un unico Dio, e il cui Messia è morto crocefisso; questi fedeli si fanno inoltre il segno della croce allo stesso modo dei Cristiani.

Includo brevemente una menzione al, come minimo insoddisfacente, sistema magico, al quale adduco la presenza – meglio dire assenza – dei Priori, ovvero queste semi-divinità che hanno il controllo sugli elementi e i vari aspetti della natura. Questi individui celestiali che, in un modo o nell’altro, sono al centro della vicenda, tanto da determinare il nome del romanzo, sono in realtà perlopiù assenti, e quando si rivelano e mostrano a noi – eccezion fatta per Bonifacio, complice certamente la sua presenza per più di due pagine – deludono: non fanno nulla di concreto, ne vediamo solo una manciata, si rivelano debolissimi (contro ogni logica), e oltre ad apparire con qualche fuoco d’artificio stilistico se ne vanno nel silenzio, presto dimenticati. Non sono nemmeno un fan dell’impostazione videoludica, o da mito classico, che accompagna i Priori: ogni tot capitoli, Tristo ha bisogno di ‘salire di livello’, per cui un Dio gli appare in sogno, e al termine della sequenza onirica gli fa dono di un nuovo, potente artefatto – i quali, fra l’altro, si rivelano poco utili in realtà, dato che non sembrano tanto strabilianti quanto dovrebbero essere.

Per fare un esempio invece su uno dei motivi per i quali ho trovato i Priori e la loro magia tanto insoddisfacente e deludente, vi presento il seguente scenario: da un lato abbiamo un essere celestiale che viene da chissà che angolo del cosmo, che sta a cavallo fra le realtà, con il potere di dominio su un elemento naturale o un aspetto specifico dell’esistenza stessa, capace di trasformarsi in un temibile e maestoso drago; dall’altra parte vi è una potente maga (perché lo sia, poi, non ci è dato saperlo), armata di una pistola-pugnale che ci viene detto essere magica, ma che, concretamente, non sembra esserlo. Io so su chi scommetterei in un simile scontro, ma si vede che il gioco d’azzardo non fa proprio per me, perché a quanto pare il sano e vecchio piombo è quanto di più efficace contro le divinità. Bang!

La Trama, e alcune inconsistenze sparse

Ammetto con rammarico di avere apprezzato poco o nulla della trama. Certo, è probabile che la mia esperienza nel genere fantasy mi abbia esposto a un tale numero di storie e possibili combinazioni di elementi di trama che ormai nulla o quasi mi risulta del tutto nuovo, ed è anche giusto e naturale sia così: d’altra parte, credo fermamente che l’importante non sia inventare qualcosa di nuovo per una smania d’innovazione sterile e fine a sé stessa, bensì presentare variazioni interessanti di quanto già noto, usando una voce distinta, mescolando aspetti più raramente accostati, facendo abitare una vicenda anche semplice da personaggi complessi. Per cui, è possibile che alcuni lettori magari meno pignoli del sottoscritto  apprezzino e si stupiscano dinanzi a quanto ci viene offerto da Jack Roland, ma, per me, non avendo trovato elementi che mi piacessero negli altri aspetti del romanzo, quest’operazione mi è stata impossibile.

Ma, al di là di quello che può essere il legittimo e incontestabile spettro del gusto personale, ho trovato che vi fossero alcuni problemi logici o narrativi, i quali, indubbiamente, possono non disturbare tutti allo stesso modo, ma, più gravi e più frequenti essi sono, maggiore è la distanza che prendo da ciò che mi viene raccontato, fino a una soglia di apatia e distacco totale dall’opera. È il tipo di lettore che sono. I due esempi più gravi che desidero riportare sono entrambi legati a eventi che si svolgono nell’ultimo segmento del romanzo, per cui vi faccio un’avvertenza SPOILER.

Deus Ex Machina: in sostanza, l’intervento di qualcosa (un personaggio, un dio, una forza, l’autore) che altera improvvisamente e senza un’adeguata anticipazione il naturale svolgersi una catena di eventi altresì affetti da un rapporto causa-effetto, modificandone l’esito ultimo o comunque influenzando in modo innaturale lo sviluppo di un determinato snodo narrativo. E qui, se lo si chiede a me, ne abbiamo uno.

La veggente Averil, per una serie di circostanze, viene catturata e torturata, e quando Tristo riesce a tornare da lei, la ritrova immobilizzata e pressoché irriconoscibile, totalmente massacrata dai suoi aguzzini. Qui, a cavallo fra vita e morte, l’anziana chiede al Priore Oscuro di prendere qualcosa che ha nascosto nelle sue parti intime, una chiave, e gli dice di andare a cercare un tale in un dato luogo, al quale dovrà mostrare l’oggetto in questione. Questa scena si svolge a circa un centinaio di pagine dalla fine del libro e tale chiave nascosta dove non batte il sole non era mai stata menzionata prima, né l’individuo al quale questa deve venire mostrata, né si sa a che pro stia accadendo tutto ciò. La ragione è presto detta: durante lo scontro finale, nell’ora del bisogno, a un passo dalla disfatta, i ”buoni“ vengono salvati dal proverbiale Settimo Cavalleggeri, ovvero questi nerboruti omoni (che paiono essere quasi disumani) armati fino ai denti con l’arsenale perduto dell’antico ordine leale ai Priori, che, guarda caso, sono le uniche armi che possono ferire e uccidere i luogotenenti della Strega. Pensate all’acciaio valyriano del Trono di Spade, capace di eliminare i mostri che abitano oltre la Barriera. Tristo entra così in possesso della chiave di volta – pun intended – per sbaragliare le altresì inarrestabili forze nemiche, e tutto ciò avviene in siffatta maniera. Ma, anche ignorando per un momento quella che io considero una pessima trovata narrativa, ciò che mi causa forse ancora più sgomento è che questo gruppo di portentosi guerrieri, armati con l’unica cosa che può eliminare i nemici più temuti dell’umanità, sono stati a grattarsi la pancia per secoli, lasciando il mondo allo sfacelo, permettendo quello che a tutti gli effetti è un genocidio, non una ma ben due volte! Ma a che pro? Perché non sono mai intervenuti prima? Se Tristo non gli portava questa benedetta chiave, loro che avrebbero fatto? Se sono tanto forti, perché Wén non li ha provati a sconfiggere prima, per evitare di averci a che fare in seguito? Perché Averil aveva tale chiave con sé? Perché non l’ha data subito a Tristo? E così via, le domande alle quali non sono riuscito a trovare risposta si accatastano l’una sull’altra, numerosissime, schiacciandomi e lasciandomi senza via di scampo.

La seconda, eclatante fallacia logica trovo venga commessa in relazione ai poteri della Strega. Questa, dopo aver eliminato alcuni dei Priori, è stata in grado di estrarne i poteri – noi lo accettiamo in quanto ”magia“, per cui è tutto in regola –, fra i quali si annovera il controllo del meteo, tramite il vento, e dei fulmini: ci viene persino mostrato quanto, a questo punto, Wén sia a tutti gli effetti una forza della natura inarrestabile, capace di mettere in ginocchio un intero continente grazie a questo specifico potere; un’intera regione del mondo è in balìa delle fiamme, i morti non si riescono a contare e i profughi sono a migliaia. Eppure, tenendo a mente l’obiettivo ultimo della nostra cattiva, ovvero sterminare l’umanità – tuttalpiù tenendo una modesta popolazione umana prigioniera su un’isola, per fungere da cibo e bestiame per gli strigoi e le altre mostruosità (il che mi ricorda in qualche modo il manga Attack on Titan) –, Wén pensa bene di non abusare di questa sua abilità incontrastabile. Ecco che si rivela dunque l’incompetenza e l’idiozia di cui parlavo all’inizio della recensione: piuttosto che vincere, perché di questo si tratterebbe, la Strega sceglie molto oculatamente di non usare più questa magia, non su vasta scala almeno, ma piuttosto pensa bene di sacrificare tutte le sue armate in un’unica, folle carica frontale contro le posizioni difensive dei suoi avversari, dando uno sfoggio di strategia che farebbe divenire paonazzo persino un infante che gioca coi soldatini. Mi rendo conto che simili strateghi siano ardui da pareggiare, ma almeno tentare non guasterebbe, specie se l’antagonista in questione dovrebbe essere intelligente. Quando poi la Strega ricorre nuovamente ai fulmini e al suo carosello di poteri, lo fa approssimativamente, per non causare troppi danni a coloro che sono i suoi nemici giurati – sicuramente non la si può dichiarare antisportiva – e resta comunque sul campo di battaglia, perché, giustamente, se si fosse rintanata in una grotta buia non ci sarebbe stata l’occasione per farsi uccidere in modo teatrale e roboante.

Piccola parentesi: se il piano per uccidere la Strega era di farla saltare in aria e schiacciare dai detriti di una muraglia, non so quanto sia efficace farcire mura e torri di esplosivi altamente infiammabili quando questa ti può letteralmente bombardare con fulmini e saette. Per fortuna che Wén non fa nulla del genere contro la principale posizione difensiva dei buoni, dopotutto nutre un grande rispetto per l’architettura secolare!

Conclusione

Come dovrebbe essere ormai chiaro, ho trovato Il Priore Oscuro un libro deludente e insoddisfacente, nel quale non ho trovato quasi alcun aspetto di pregio: nessuno dei personaggi mi è piaciuto; la trama l’ho trovata banale e piena di scivoloni; e benché l’ambientazione non sia superficiale ne ho sofferto alcune carenze. Ci tengo però a citare la prosa, che ho trovato perlopiù efficace e piacevole, capace di offrire belle immagini, a dimostrazione che Jack Roland non pecca certo di abilità di scrittura. È anche vero però che mi sono imbattuto in vari refusi o istanze in cui dell’editing di migliore qualità avrebbe giovato, ma in questo caso la responsabilità ricade sull’editore, che evidentemente non ha scelto i migliori dei professionisti: abbastanza eclatante l’errore d’impaginazione per cui la mappa del mondo, elemento alquanto rilevante, che si trova a inizio romanzo è parzialmente inconsultabile, poiché tutta la fascia centrale dell’immagine è fagocitata dalla rilegatura.

Per quanto mi riguarda è una bocciatura, ma non escludo che, per lettori diversi da me – se lo siete o meno, dovreste averlo capito leggendo la recensione –, possa risultare comunque una lettura che ha qualcosa da offrire.

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Axel Maria Patron

Studente di Scienze della Comunicazione, amante della Letteratura e del Cinema, che punta a diventare autore a tempo pieno. Che faticaccia...

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