Sprofondata

da | Racconti, Weird

Rebecca Santimaria scrive Sprofondata, un racconto che mostra come anche nella morte la natura è in grado di fiorire e dare spazio a nuova vita.


Il grido delle mie sorelle arriva da lontano e si attacca con prepotenza alla mia spessa pelle. Entra in profondità e mi attraversa completamente. Sono i miei ultimi secondi di vita, penso a loro e alla potenza che siamo state. Immense e libere.

Cadere

Nel corso della mia breve e lunghissima esistenza ho compiuto molti salti. Dal buio alla luce, librandomi verso il cielo luminoso per poi tuffarmi nelle più oscure profondità. L’alternarsi di acqua e aria, blu e celeste, in bilico tra sopra e sotto.

Ora il mio moto è unidirezionale: il mio pesante corpo sta cadendo irreversibilmente. Dalla luce all’oscurità, dall’alto verso il basso, senza possibilità di risalita. Non posso fermarlo, devo solo accettare questa discesa inarrestabile. Avverto creature dispettose che mi nuotano intorno: mi studiano da lontano, ma non appena realizzano la mia innocuità si avvicinano curiose. Orbitano intorno alla mia figura in una danza gioiosa. Non so dire se sia un ossequio o una beffa. Sprofondando saluto ciò che non rivedrò più: la luce del sole che scrive sulle superfici le sue poetiche visioni, i banchi di minuscoli occhietti che mimano collettivamente la mia vasta forma, quelle strane formazioni di metallo e legno che mi hanno ammirato e che sono state la mia rovina.

Scendo giù e le specie compagne sono sempre più rare, ora la mia disfatta è seguita da piccoli fari bioluminescenti che guizzano a intermittenza tra le rocce. Tutto è più tetro e inospitale lontano dalla luce, ma forse sono solamente i pregiudizi di chi è stata abbastanza fortunata da muoversi tra i due mondi. Quando mi accascio sul fondale non c’è alcun tonfo o boato, la mia carcassa urta lo strato sabbioso senza farsi sentire. Non produce alcun suono ma sposta un’enorme massa d’acqua che sconvolge l’angolo di oceano in cui il mio corpo ha deciso di riposare. Percepisco già le prime ombre che bramano la mia carne.

Nutrire

Non si sarebbero mai avvicinati mentre ero viva, ma ora che sono inerme e immobile si avventano su di me con tutta l’urgenza della fame. Sento i loro grandi morsi portare via interi pezzi della mia carne. Divorano tutto, il mio grasso e la mia pelle. Mangiucchiano i miei occhi, ingurgitano le mie viscere, sbrandellano il ventre che un tempo ha partorito le mie figlie. Bocche affamate incuranti di ciò che sono stata quando ero viva. Chissà se sanno che lo sono stata. Esseri invertebrati strisciano sul mio corpo e succhiano via la loro piccola parte di me. Sbranano e scappano per paura di diventare a loro volta il pasto di qualcuno. Le creature più pericolose si permettono di banchettare con calma vicino al loro bottino, nutrendo i cuccioli e approvigionandosi per i periodi di carestia. Una sonda umana illumina i miei resti. Deve trovarsi davanti uno spettacolo macabro poiché il mio involucro pieno e carnoso ora è costellato di morsi famelici, di piccoli fori e del mio interno rimane solo il cuore.

Annusa la mia decadenza e se ne va.

Uno squalo si aggira furtivo tra la massa informe che è stato il mio corpo. Hanno aperto un varco verso il mio centro e lui si inserisce in quella fessura improvvisata. Il primo morso al cuore è insicuro, non sa se quello che ha inghiottito gli piace. Quelli successivi sono scomposti e pieni di foga, ingoia ogni boccone come se ne dipendesse la sua sopravvivenza. E forse è proprio così, dal momento che il suo corpo è emaciato e scavato.

Fame e abbondanza si alternavano imprevedibilmente nel corso della mia esistenza. Compatisco quella creatura bisognosa, anche se quell’istinto famelico non mi appartiene più.

Quando di me rimane solo il fantasma del mio passato maestoso, si uniscono al banchetto batteri e vermi. Creature microscopiche che amano addentrarsi nelle mie ossa e saccheggiarne le sostanze. Vi si attaccano e le permeano euforiche, trasformando la materia da solida a gassosa. Arrivano anche i molluschi, che colonizzano le mie cavità e le superfici circostanti. Il loro nutrirsi è un leggero solletico. Quando si stancano delle mie ossa, se ne vanno lasciando al loro posto metano e solfuri che segnano l’inizio della mia decomposizione. Ma non è ancora finita questa mia nuova esistenza come nutrimento. Comunità di organismi chemiosintetici trovano preziosi i gas del mio disfacimento. Li assorbono e li assimilano con ingordigia, scambiandoli con altre sostanze chimiche che disperdono nell’ambiente. Se le mie carni sono state divorate in cambio dell’assenza, le mie ossa sono invece abbandonate alla trasformazione.

Abitare

Bagliori di fiamme illuminano per qualche secondo il mio giaciglio abissale. Il fondale trema e la massa d’acqua si rimescola, qualcosa sta cambiando in superficie. Creature luminose e metalliche perlustrano il relitto del mio corpo, ne staccano qualche pezzo e si allontanano. Non c’è più nulla di cui nutrirsi.

Eppure a poco a poco il mio scheletro comincia a decorarsi di bivalvi e altre creaturine. Questi minuscoli esseri trovano riparo tra i miei resti, l’ambiente della mia decomposizione è il luogo perfetto per costruire una dimora. Una comunità fa spazio a un’altra e un’altra e un’altra ancora. Centinaia di colonie abitano quel che rimane del mio corpo, dando vita a una metropoli che si estende dalle vertebre agli arti. La mia fine è il principio di un ecosistema traboccante di vita: germogliano specie di ogni forma e colore, dalle spugne ai vermi, fino a trasformare i miei resti minerali in una barriera corallina.

Mi chiedo se siano consapevoli che stanno abitando una tomba.

Quando anche l’ombra della mia maestosità è stata divorata o occupata dalle migliaia di creature che mi hanno attraversato, di me resta solo un giardino abissale fiorito. Questo è lo stato in cui mi vede il branco di sorelle: oltrepassa lo spazio dove un tempo c’era il mio corpo, forse percependo che quella strana collettività è stata una loro compagna.

Scomparire

Lascio che ultime particelle di me si dissolvano e che quel che resta del mio immenso corpo faccia perdere ogni sua traccia. Ai più è concessa una sepoltura, una tomba, un luogo in cui essere ricordati. Io sono stata fortunata: prima sono stata cibo e poi sono diventata una casa. Ho nutrito e ho tenuto al sicuro. La mia morte è stata brulicante di vita.


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