Dèi e religioni non sono ospiti nuovi nel panorama fantasy: dall’intervento di Aslan ne Le Cronache di Narnia fino agli affollatissimi pantheon delle varie edizioni di Dungeons & Dragons e ai poteri soprannaturali degli dèi-imperatori di Dune, il divino si è manifestato in molte forme nell’immaginario fantastico. Allo stesso tempo però, queste rappresentazioni religiose sono spesso superficiali o ingenue, peggio ancora nella fantascienza. Forse perché oggi viviamo in una società largamente laica e in pochi, pure in Italia, vivono esperienze religiose; chi ha una fede la vive generalmente con intensità ridotta rispetto ai secoli scorsi.
Come fa acutamente notare M. Maponi in un suo recente articolo, il rischio è quello di rappresentare le religioni per stereotipi acritici, con la stessa goffaggine di chi prova a disegnare dopo anni di astinenza e senza gli strumenti adatti. Come lettori prima che come autori, non dovremmo accontentarci di queste superficialità.
In questo articolo proviamo a illustrare alcuni possibili criteri per costruire religioni realistiche, non nel senso di accurate e mondane ma credibili e vive, in prima istanza per gli abitanti del mondo a cui appartengono, che vadano oltre alla scelta di quale squadra tifare nell’arena divina.
Spiritualità e pratiche comuni
In quanto italiani, abbiamo da sempre dovuto convivere con la presenza (più o meno ingombrante a seconda delle famiglie e delle regioni) della fede cattolica. Se questo può essere talvolta un fastidio, soprattutto per le generazioni più giovani, in questo caso può fornire un canovaccio pratico di come introdurre pratiche comuni nella vita di una comunità religiosa.
Ogni religione, dopotutto, ha le sue ritualità e gestualità: nel caso di quella cristiana alcuni esempi possono essere il segno della croce prima dei pasti o come scongiuro, o la pratica dell’elemosina. Ognuno vive con intensità e spiritualità diverse questi gesti: per alcuni sono piccoli modi per interagire col divino, mentre per altri sono più automatismi privi di significato. Una religione veramente vissuta dai propri fedeli non può mancare di questi dettagli.
La religione ha prima di tutto carattere sociale perché attraverso essa gli individui si riconoscono in una tradizione comune, ed è un modo come tanti altri di affermare l’identità comune di una collettività tanto quanto lo sono la terra o la famiglia: l’individuo nasce all’interno di un dato contesto religioso e lo assume naturalmente su di sé; se nel corso della vita il suo sentimento religioso dovesse mutare, è verosimile che ciò rispecchi un mutamento nell’ambiente che lo circonda, piuttosto che una sua necessità intellettuale.
La religione come visione del mondo
La religione, dopotutto, è un elemento totalizzante, ma non nella maniera in cui siamo abituati a immaginare. Se parliamo di esperienza totalizzante, il nostro primo pensiero va ai totalitarismi autoritari, e nel worldbuilding religioso lo decliniamo istintivamente nella forma del culto centralizzato che impone un unico credo, assoluto e incontestabile, che controlla la cultura e ogni sua possibile espressione.
Ma nell’esperienza religiosa, “totalizzante” è da intendersi non tanto sul piano individuale (a meno che non parliamo di zeloti), quanto su quello sociale e conoscitivo: la religiosità è un mezzo per codificare la conoscenza che un dato popolo ha del proprio mondo. Prima delle osservazioni astronomiche del Rinascimento, la cosmologia e la struttura dell’universo noto seguivano i canoni biblici (in Europa) e induisti, aztechi, islamici e via dicendo. Ogni religione aveva la propria interpretazione e rappresentazione del reale. Né il ragionamento filosofico sfuggiva a forme di spontaneo inquadramento religioso, come potremmo ricordare pensando alle numerose scuole del pensiero greco, o alla tradizione scolastica e persino rinascimentale.
La particolarità del nostro tempo è che la pulsione alla laicità e secoli di imposizione del pensiero scientifico hanno mutato il paradigma: oggi questi modelli sono stati sostituiti dalla scienza e dal metodo scientifico come strumento di interpretazione del reale, mentre la religione è interpretata come un’esperienza individuale e interiore, o più cinicamente una facciata per un’istituzione burocratica.
Un’altra possibile declinazione è quella di una religione che non si ponga come strumento di interpretazione del naturale ma anzi come guida conoscitiva dell’umano; in altre parole, una dottrina filosofica, che non invoca dèi o poteri cosmologici ma principi e valori. Un esempio concreto è il taoismo, il quale istruisce i fedeli sulle pratiche ideali per raggiungere la pace senza preoccuparsi di definire una cosmologia o di spiegare l’origine del nostro mondo.
La religione come istituzione
Anche nelle epoche più antiche, le religioni sono diventate parte centrale della vita comune in quanto istituzioni, ovvero gruppi normativi e gerarchici che si ponevano come intercessori tra il divino e l’umano. I sacerdoti ricoprono quindi un ruolo di potere non necessariamente soprannaturale ma primariamente sociale, in quanto la loro posizione viene riconosciuta non in termini della loro abilità di manipolare la realtà ma come figure che fanno da ponte e interprete per il volere divino… o presunto tale.
E come in ogni istituzione, anche in quelle religiose non mancano classi con interessi diversi e fazioni che contestano l’autorità di una o più altre classi, sia per questioni spirituali che materiali, legate al potere e all’influenza sui fedeli. Né è scontato che questioni materiali e spirituali siano distinte le une dalle altre: come oggi i fatti sono strumentalizzati per fini ideologici e le ideologie per fini pratici, così in una società religiosa un diverbio dottrinale può diventare occasione di scontro politico (pensiamo allo scisma protestante) e una divisione politica può essere sancita da una divergenza dottrinale (pensiamo allo scisma d’Oriente).
Ciascuna scuola dottrinale porta con sé le proprie narrazioni e contronarrazioni: si pensi, nel caso del cristianesimo, alla distinzione tra ortodossi, cattolici, protestanti, o anche sul livello più locale i valdesi e i vari movimenti che hanno espresso il bisogno di una religiosità diversa, come anche gli ordini mendicanti, nati come iniziative individuali e solo successivamente assorbiti dalla Chiesa, o similmente i fenomeni del monachesimo e dell’eremitismo.
I conflitti e gli scismi che queste fazioni portano non sono inoltre necessariamente violenti, come spesso accade nei fantasy in cui una pluralità di culti condivide uno stesso spazio. Possono essere conflitti economici, retorici o puramente accademici, o assumere forme ancora più complesse e imprevedibili a seconda dell’ambientazione in cui si trovano e dei bisogni dei fedeli che ascrivono a ciascuna fazione.
La religione come evoluzione
Un ulteriore aspetto, seppure più difficile da rappresentare in opere di narrativa, è come ciascuna religione si modifica nel tempo e per rispondere alle condizioni dei fedeli.
Non si tratta di realtà fisse nel tempo e nello spazio: in particolare in casi di eccezionale fermento culturale oppure di religione sistematizzata, è impossibile che il fenomeno religioso rimanga uguale a se stesso a cento o anche solo a cinquant’anni di distanza. Similmente, sono molto affascinanti e sottorappresentati i fenomeni di sincretismo, che testimoniano più di ogni altro quanto la religione sia un fenomeno fluido, che tende all’espansione incontrollata. Il sentimento religioso è mutevole e sbagliamo noi a immaginarlo come qualcosa di fissato nel tempo e nello spazio, che tutti percepiscono allo stesso modo.
Il motivo per cui questi cambiamenti sono difficili da rappresentare è che sono generalmente molto lenti e graduali, spesso nell’arco di decenni se non secoli. Gestire storie che attraversano archi temporali così lunghi è complesso e bisogna necessariamente appoggiarsi su narrazioni che trascendono i singoli personaggi. Un esempio notevole è Un Cantico per Leibowitz, che narra di un’America post-apocalittica in cui l’Ordine Albertiano diventa l’istituzione – prima scientifica e poi militare – di punta nel corso di quasi duemila anni.
Conclusione
Abbiamo provato a fornire quanti più esempi possibili di interpretazioni variegate e complesse di culti e approcci alla spiritualità, ma il principio più importante – che è bene tenere presente al momento della creazione di ciascun culto – è quello di porsi nell’ottica del fedele o della comunità di fedeli, piuttosto che in quella del dio a cui tale fede si riferisce.
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