La Rosa e il Marinaio

da | Racconti, Dramma, Romantico

Un racconto di Fabrizio. Foto di Nordseher via Pixabay.

Capitolo I – La Birra buona e bella (e altre bugie)

Era un marinaio a metà. Navigava, sì, ma senza rotta. Ufficialmente mercantile ufficiosamente fuggiasco. Scappava da debiti, donne, promesse fatte male e mantenute peggio. Uno di quelli che ti fissano in silenzio, con occhi gonfi di colpa non dichiarata. Mai pagata.

Arrivò in uno di quei porti, di quelli incastrati tra scogli e ipocrisia. Quei porti in cui il mare ha il sapore di piscio e i gabbiani hanno la strana capacità di insultarti. Lì trovò una taverna chiamata “Birra buona e bella”. Nome profetico, pensò.

Di bello e buono però, be’, questa storia non ha un cazzo.

Dentro c’era lei. Maria, Marie, Mery o quello che era. Una donna che non si truccava per sembrare bella (come la birra), ma per sembrare meno stanca. Tacchi storti, sigaretta a illuminare i volti dei disperati, e capelli troppo annusati da gente che non sapeva farlo.

«Ehi occhioni», gli disse senza guardarlo. Il frastuono della bettola per trenta secondi firmò licenza. Occhi puntati.

Decise di rimanere, lui. Non per amore o ridicoli colpi di fulmine. Quelle sono cazzate per liceali. Ma per il tipo di malinconia che si incastra perfettamente con la tua. Bevevano male, scopavano peggio. Lei rideva delle sue storie di mare, lui fingeva di crederle quando diceva che un giorno avrebbe smesso di fumare.

I tempi volarono e le mappe accumulate dal marinaio lo chiamarono. La distanza rende gli uomini soli. In fondo lui aveva iniziato a crederci al futuro ai silenzi sereni. Al bucato bagnato e ai gigli colti prima del tempo. Le propose di partire. Lasciare tutto.

Lei lo guardò. A lungo. Lenta. Silenziosa. Poi disse: «Tu vuoi salvarmi. Ma io mica sono annegata. Io ci nuoto, nella merda. Tu, invece, affoghi a ogni onda».

Le gambe del marinaio divennero gomma. E gli occhi bruma. Tornò alla nave, con in tasca solo una foto di lei rubata da un comodino e un coltello in più sotto le costole.

Passarono mesi. Forse anni. Il mare cancella e sbiadisce, signori. Un giorno, il porto Marcio tornò sulle carte. Era cambiato. Bruciato mezzo quartiere dalle polveri minerarie, spariti alcuni volti. La “Birra buona e bella” non esisteva più.

Ma lei sì.

Solo che non parlava più. Non rideva. Ma fumava.

Era fuori da un centro medico, a guardare il vuoto come se volesse sputargli in faccia. Tumore, dicevano. Forse troppo tardi. Ma anche fosse presto? Forse non aveva mai smesso di fumare, o di fingere, di recitare la parte della donna che non ha bisogno di nessuno.

Le si sedette accanto. Non dissero niente per un po’. Poi lei, quasi sussurrando, gli disse: «Lo sai? Avresti potuto salvarmi davvero. Ma solo se non ci avessi provato».

Lui sorrise. Si alzò. E se ne andò.

Non per vigliaccheria.


Perché in certi casi, la dignità è lasciare le persone annegare nel mare che hanno scelto.


Capitolo II: La Rosa al Marinaio

Tu scrivi lettere.

E le scrivi bene.


Io, al massimo, scrivo nomi finti su bicchieri di plastica e li consegno con un sorriso che non ha più domicilio.

Ma stanotte mi sento abbastanza viva da provare a scriverti. Anche se questa pagina resterà lì, nel cassetto, a ingiallire come tutto il resto che ho toccato.

Mi hai chiesto di partire.

Hai detto: «Vieni via con me», come se il problema fosse la geografia. Come se bastasse una barca, un’altra città, un altro tramonto.

Ma io, Marinà, non sono un luogo da cui scappare.

Sono la gabbia. Non la prigione. La gabbia che uno si costruisce pezzo per pezzo, finché ci si trova dentro, comoda come un vizio.

Tu volevi salvarmi, e ti ho odiato per questo.

Perché solo chi si crede migliore di te vuole salvarti.

E io non volevo un salvatore. Volevo qualcuno che restasse seduto accanto mentre bruciavo.

Tu ci hai provato, lo so.

Ma eri già con un piede sulla passerella. Sempre pronto a partire, anche quando mi dicevi «Resto». Io lo capisco il tuo amore. Quel tipo d’amore che nasce quando due solitudini si toccano per caso e si spaventano.

Ma l’amore non serve, Marinà. Serve il respiro. Lento, rinvigorente. Quello che va a ritmo del cuore.

E io il respiro me lo sono fumato.

Ti rivedo ogni tanto. Nei marinai che entrano ubriachi e vogliono solo una carezza che non faccia domande.

Ti rivedo anche in certe notti, quando mi spoglio e non c’è nessuno.

E no, non ti odio. Non più.

Un giorno, magari, ci rincontreremo.

In un altro porto, con meno rimpianti e più silenzi.

Potremo riascoltarci e viverci.

Dio, sì, vivremo forte.

Poi ci saluteremo senza stringerci.

Perché certe ferite si rispettano, non si toccano.

Colei che ha un nome diverso per chiunque. A colui che un nome lo ha dimenticato.

Se questo racconto ti è piaciuto, dai un’occhiata al resto del sito di Edizioni Novilunio: abbiamo una varietà di articoli, recensioni, racconti, e una rivista completamente gratuita!