Immagine di Enokson, CC-BY-NC-SA 2.0.
Gli anglosassoni, avvantaggiati dall’uso digitale della propria lingua madre, sono particolarmente ferrati con neologismi che riesce difficile portare nell’idioma italiano. FOMO (fear of missing out, ovvero “la paura di perdersi qualcosa”) è l’intraducibile acronimo che ci interessa esplorare in questo articolo, ovvero come questa dinamica quasi unicamente virtuale e sociale sia penetrata nelle storie che leggiamo.
Da dove nasce?
Dobbiamo partire da un presupposto fondamentale: gran parte della letteratura moderna (sin dai giorni di Sherlock Holmes e dei romanzi a puntate dell’Ottocento) si basa sul catturare l’interesse del lettore, sia con la profondità dei personaggi che con la costruzione di un mistero del quale l’autore promette una brillante soluzione. Qui ci concentriamo sul secondo caso.
In questo tipo di narrazione, i primi capitoli fungono da contratto metaletterario tra autore e lettore: il primo fornisce gli elementi di un mistero da risolvere o di una situazione apparentemente assurda, con la promessa che verrà tutto spiegato in modo elegante e soddisfacente alla fine della storia, e il secondo accetta di sospendere l’incredulità e mettere in gioco la propria logica e intuito per provare a svelare il mistero prima che esso venga rivelato dall’autore.
Non solo: l’autore mette in mostra, uno alla volta, tutti gli elementi necessari al lettore per risolvere il mistero; il colpo di scena (o di genio) non arriva da fuori (Sherlock Holmes è un’eccezione in questo caso), ma unicamente dalle connessioni inaspettate degli elementi che il lettore ha a disposizione. Il genere dei gialli è quello in cui questa dinamica è più ovvia, ma anche la fantascienza del Secondo Dopoguerra (pensate alla Luna dalle Venti Braccia di Lino Aldani) si basa su questo patto metaletterario.
Questa, a mio parere, è una pratica assolutamente positiva: è una sfida sia per il lettore, che viene intellettualmente coinvolto nel tentativo di risolvere il puzzle, sia per l’autore, che a ogni storia dovrà trovare nuovi modi di sorprendere il lettore. Un testa a testa che spinge sempre più in avanti la frontiera della creatività e dell’esperimento letterario.
Cosa è cambiato
Forse in seguito all’avvento del postmodernismo degli anni Settanta e Ottanta, quel contratto è venuto meno: molte narrazioni contemporanee partono dallo stesso presupposto (creare qualche tipo di mistero o situazione dei quali viene promessa una risoluzione), per poi infrangere la promessa. Non esiste spiegazione, non esiste risposta, il lettore è abbandonato a se stesso, alla sospensione d’incredulità segue l’inevitabile sospensione del giudizio.
Ecco quella che chiamiamo “narrazione FOMO”: il lettore continua nella lettura nell’autoconvincimento che ci sarà un finale, una spiegazione, una risoluzione, anche quando essa non è garantita. Ciò che lo spinge ad andare avanti non è la possibilità di mettere insieme i pezzi forniti dall’autore per ricostruire qualcosa di sorprendente, ma un attaccamento emotivo a un elemento della premessa al quale si spera venga concessa una conclusione.
Una narrazione deludente
Quanti di voi hanno letto o guardato un’opera senza veramente gradirla, e alla domanda sul perché si continua a seguire, hanno risposto “voglio solo sapere come va a finire”?
Se vi è successo, siete incappati in una narrazione FOMO: One Piece e Il Trono di Spade sono gli esempi attualmente più noti, ma anche 1Q84 di Murakami e La Memoria dell’Acqua di Emmi Itäranta; non farete fatica ad aggiungere altri titoli dalle vostre liste di lettura.
Ci sono molti modi di raccontare una storia e non possiamo essere arbitri di ciò che è valido e ciò che non lo è. Allo stesso tempo, c’è una forma di rispetto per il lettore, una forma di onore autoriale, nel fornire risposte alle domande del lettore e mantenere le promesse che abbiamo presentato.
Quali sono i titoli di narrazione fomo che vi hanno più deluso?
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