[Immagine modificata sulla base di una foto di Cottonbro, via Pexels.com]
Chi ha già provato a scrivere ha sicuramente già fatto i conti con una durissima realtà: i dialoghi sono difficili. Dopotutto non è facile far parlare varie voci contemporaneamente, e la pratica richiesta per scrivere buoni dialoghi non è indifferente. Non ci sono vere e proprie “regole”, e certamente non abbiamo comandamenti inossidabili che vi renderanno maestri dialogatori da un giorno all’altro, ma in questo articolo elenchiamo qualche consiglio utile che ci ha aiutato nel nostro percorso di scrittura.
Nota: l’articolo sarebbe più completo con esempi positivi e negativi per ogni voce, ma siccome diventerebbe molto lungo lasciamo agli autori fra voi l’esercizio!
Tratti distintivi dei dialoghi superficiali
Di seguito elenchiamo una serie di luoghi comuni in cui i principianti spesso incappano. Non sono propriamente errori, ma una serie di leggerezze che spesso vengono adottate da chi è ancora alle prime armi.
- I Personaggi si spiegano cose che già sanno: Questo è, a parere di chi scrive, il tratto distintivo del principiante. Due o più personaggi sono in possesso di alcune informazioni, eppure le spiegano come se l’interlocutore non ne fosse al corrente con il solo scopo di trasmettere l’informazione al lettore. È vero, i dialoghi servono anche per questo, ma se fatto in modo troppo deliberato crea dialoghi artefatti e “finti”.
- Personaggi che dicono cosa fanno: Tipica forma dialogica dei media dedicati a un pubblico più giovane. I personaggi descrivono ogni propria azione, nonostante chi sta loro intorno (e talvolta anche il lettore) possa vedere benissimo cosa stanno facendo.
- Personaggi che non si ascoltano: Più ingannevole da evitare, ma comunque fastidioso da leggere, è quando i personaggi non rispondono alle frasi dell’altro ma semplicemente parlano da soli. Un buon modo per individuare questa dinamica in un dialogo tra A e B è “rimuovere” le battute del personaggio B: le battute di A hanno senso da sole? Se sì, significa che non sta veramente interagendo con ciò che B gli dice. Non è un vero dialogo, ma un monologo a pezzi.
- Battibecchi: Due personaggi che litigano. È il modo più immediato di mostrare non solo due opinioni o visioni del mondo differenti, ma se usato troppo spesso rischia di diventare ripetitivo e, soprattutto, non risolutivo: dopotutto perché due o più personaggi che sono in costante disaccordo non vanno ciascuno per la propria strada, o non smettono di parlare? I battibecchi possono funzionare nelle prime fasi della storia, ma è preferibile se i personaggi imparano a comprendere o quantomeno accettare il punto di vista dell’altra parte.
- Monologhi: Ebbene sì, i monologhi sono uno strumento tanto popolare quanto difficile, e vengono spesso utilizzati per mettere al centro un personaggio che non ha molto da dire. Anche fuori dalla pagina, una persona che vi parla per quindici minuti filati diventa difficile da seguire. Frasi concise e dritte al punto possono invece aiutarvi a capire cosa vuole dire ciascun personaggio e come farglielo dire in modo efficace. Purtroppo però è anche vero l’opposto, da cui emerge la difficoltà e la necessità di fare esperienza: i pensieri umani, e spesso dunque anche i nostri discorsi, sono spesso zeppi di incisi, tentennamenti, ripetizioni, talvolta persino contraddizioni vere e proprie. Trovare un giusto equilibrio non è certamente semplice, né ci si deve aspettare di raggiungerlo senza versare un po’ di sudore. Ma non finisce qui quanto abbiamo da dire sui monologhi, come potrete constatare fra poco.
- Frasi a effetto: L’altro lato della medaglia. Personaggi che parlano per slogan o sparando motti epici nella speranza di essere ricordati dal lettore spesso ottengono l’effetto opposto, ovvero passare per macchiette incapaci di esprimere un pensiero compiuto e facilmente dimenticabili.
- Portavoce dell’autore: Attenzione! Che la voce dell’autore trapeli nei suoi personaggi è inevitabile; ciò che scrivete è un inevitabile prodotto di ciò che avete vissuto, dopotutto. L’autore esperto riesce a nascondere questa voce, anche spezzandola su più personaggi, mentre quello inesperto generalmente ricorre a un personaggio che porti un’opinione simile alla sua in ogni situazione.
- Una voce sola per ogni stagione: Seppure provenienti da contesti affini, magari anche il medesimo percorso di studi, è quantomeno improbabile che due persone distinte si esprimano nello stesso modo, per cui un livello ulteriore di maestria nella scrittura dei dialoghi permetterebbe di rendere possibile al lettore di capire chi sta parlando anche senza che il testo lo metta per iscritto. Questa potrebbe essere, a tutti gli effetti, la cosa più difficile da apprendere; anche grandi autori che amiamo leggere e i cui libri godono di grande successo, di tanto in tanto, possono scivolare su questo punto, non c’è dunque da vergognarsi se si riconosce la propria difficoltà in tal senso, anzi, potrebbe essere l’occasione perfetta per dedicarci rinnovata attenzione e migliorarsi come scrittori: cercate espressioni uniche, abitudini o tic linguistici, un modo particolare di usare gli aggettivi o la qualità degli stessi, l’ortografia stessa può esservi amica (un personaggio particolarmente in sicuro, potrebbe essere solito lasciare gran parte delle sue frasi in sospeso, al contrario di chi, più deciso, o forse testardo, usa frasi secche e brevi).
Tratti distintivi dei dialoghi profondi
Allo stesso modo, quelli che elenchiamo in questa sezione non sono tratti obbligatori, ma abbiamo notato che i dialoghi che rimangono impressi hanno una o più di queste caratteristiche.
- Tratti distintivi per ogni personaggio: Come suggerito in precedenza, ogni personaggio ha un proprio modo di parlare, una voce che lo rende distinto da tutti gli altri. Magari tenta di fare battute, magari usa qualche intercalare peculiare o dialetto. Se volete andare ancora più a fondo, date una visione del mondo al vostro personaggio e fatelo parlare attraverso di essa; per fare un paio di esempi, un soldato potrebbe parlare con frasi brevi e ricorrerà a molti paragoni militari e strategici, mentre un professore si esprimerebbe con frasi più lunghe e tenderà a porre enfasi su ragionamenti e rapporti causali.
- Dialoghi mentre si fa qualcos’altro: Un semplice trucco per evitare il famoso “inghippo delle teste pensanti”, ovvero mettere i personaggi in una situazione che richiede loro azioni mentre stanno parlando. I due innamorati si confessano il loro amore mentre tentano di riparare l’astronave in avaria, o al contrario gli esploratori alla ricerca del sepolcro perduto rivelano i motivi che li hanno spinti alla ricerca dell’ignoto.
- Domande e ordini: Spesso i personaggi si trovano a dover compiere scelte lungo il corso della storia, e non c’è modo migliore di mostrarlo con domande e ordini da e verso altri personaggi. Come risponde a una domanda personale il vostro personaggio? Implicitamente compie una scelta che si concretizza (in parte) nella risposta che dà all’interlocutore, così come ogni ordine porta con sé l’implicita scelta tra obbedire e trasgredire. Lo stesso concetto vale a parti inverse: cosa chiede il vostro personaggio? A chi impartisce quali ordini, e come lo fa?
- Testo e sottotesto: Uno dei miei indicatori preferiti di grandi dialoghi, ovvero quando i personaggi fingono di parlare di qualcos’altro, ma sottintendono qualcosa di completamente diverso ma comprensibile solo a loro. Nella mia recente memoria, Andor ne è l’esempio portante: al negozio di antiquariato di Luthen, lui e Mon Mothma fingono di parlare di pezzi d’arte, ma in realtà parlano di ribellione. Immaginate di avere un terzo personaggio invisibile in scena, che a ogni battuta interviene chiedendo di cosa stanno parlando A e B, e a ogni battuta A e B devono poter rispondere dissimulando.
- Traumi: La potenza di ciò che viene detto talvolta risiede anche in ciò che non viene detto. I personaggi con passati traumatici possono far intuire i loro trascorsi non parlando di ciò che gli è successo, ma anzi evitando l’argomento, menzionando solo piccoli pezzi e talvolta distorti.
- Monologhi: No, non siamo pazzi: i buoni monologhi hanno spazio e non sono da evitare in toto. Alcuni momenti in cui un monologo è appropriato possono essere, ad esempio, un personaggio che sfoga la propria frustrazione o le proprie emozioni in generale, quando deve rivelare ad altri personaggi un segreto ingombrante, e, soprattutto, quando il lettore già conosce il personaggio, in modo che il monologo possa approfondirne le sfumature. Dopotutto (sempre in riferimento ad Andror) i monologhi di Luthen e Mon Mothma arrivano dopo le loro interazioni, non prima.
Conclusione
L’ultimo consiglio è, come per tutto ciò che riguarda la scrittura, di leggere (e nel caso dei dialoghi, guardare) qualcosa che vi colpisce e cercare di capire perché vi ha colpito per poi provare a replicarlo. Quali sono i vostri dialoghi preferiti, e perché? Ditecelo nei commenti!
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