In seguito al nostro ultimo articolo sullo stato del fantasy italiano, alcuni commenti ci hanno suggerito un canale che parla (anche) di libri: Broken Stories. Scavando tra i suoi video, salta all’occhio quello che parla di una rivoluzione del fantasy italiano: Vilupera di Luca Mazza e Jack Sensolini, titolo già a noi noto per appartenere alla famosa ambientazione di Brancalonia e del Regno di Taglia, ma che non ha mai colto la nostra attenzione in questi sei anni in quanto ferocemente grimdark.
Eppure il video suggerisce che non è solo quello, che sotto la superficie gretta e vile c’è una possibile lettura satirica molto acuta e tagliente; il che sarebbe una vera novità nel panorama attuale, in quanto veramente pochi autori italiani usano il fantasy come allegoria del contemporaneo.
Era dunque il momento di avventurarci nel Regno di Taglia.
Un’avventura impervia
Il primo ostacolo che si incontra nella lettura è lo stile. Mazza e Sensolini sono veterani della parola e hanno uno stile senza dubbio unico: le descrizioni con pochi articoli, termini usati fuori dal loro contesto semantico, figure retoriche e lessico ricercato regalano talvolta momenti interessanti. Purtroppo dopo i primi capitoli queste tecniche iniziano a diventare ripetitive e rendono più ostica la lettura, fino al punto da rendere poco chiare molte scene in cui appaiono diversi personaggi.
La complicazione è diventata duplice quando abbiamo notato che sotto gli esercizi di stile e le figure retoriche non si nasconde altro che violenza e disgusto: la maggior parte delle metafore sono impiegate per descrivere fluidi corporei indesiderati, azioni sessualmente esplicite e giochi di parole infantili, creando una dissonanza a nostro avviso irritante e senza scopo, poiché non aiuta in alcun modo la narrazione. Un esempio notevole sono i nomi di città e animali, modificati con giochi di parole simpatici ma che rendono impossibile una lettura coerente; se i protagonisti viaggiano tra Crimini e Orbino uccidendo pellicagne e torontole, dovrei prenderli sul serio o ridere di loro?
Un altro enorme problema sono stati i dialoghi: gran parte delle voci sono uguali, non aiutano la caratterizzazione dei personaggi e sono per la maggior parte insulti, minacce o parole in un vago dialetto del nord Italia; dialetto che, anch’esso, non contribuisce davvero a dare un senso di profondità all’ambientazione ma anzi rende la lettura più ardua e confusionaria. I personaggi inoltre si nominano a vicenda non per nome ma con appellativi giovanili come regaz, bel e vez, tutti modernismi che spezzano la sospensione dell’incredulità di quello che dovrebbe essere un tardo rinascimento italiano.
Segnaliamo inoltre una dose smodata di citazionismo pop: gli autori si divertono non solo a fare abbondanti riferimenti ai maestri del genere (G.R.R. Martin, Joe Abercrombie e perfino Manzoni), ma anche a (non stiamo scherzando) Vasco Rossi e Galline in Fuga. Gli autori inseriscono persino loro stessi: il Mazza e il Sensolini sono, dentro la storia, due bardi disperati che vagano le terre di Taglia per vendere i loro scritti. Queste inserzioni ci hanno causato emozioni molto forti.
In ultimo, parliamo anche della trama: essa è piuttosto semplice (conflitto tra famiglie rivali che sfocia in duelli e battaglie tra le varie fazioni), eppure a causa di tutti i fattori sopra elencati, più la presenza di un numero non necessario di personaggi, risulta difficile capire cosa accade, che significato hanno i singoli eventi e persino individuare i protagonisti.
Il male non visto
I dettagli di cui sopra sono cose che può farvi notare chiunque sia appassionato di libri, poiché il linguaggio colorito di Mazza e Sensolini attrae il 90% dei sensi, ma questi colori (sempre cupi, disgustosi e gretti), nascondono di peggio.
Già nella prima metà del libro si può notare che non c’è alcuna satira. Le due regole fondamentali della satira sono plateali: prendere in giro i potenti e far ridere. Vilupera ci sembra fallire su entrambi i fronti; prima di tutto perché, come spiegato sopra, non fa ridere: la grettezza, la truculenza e le iperboli iperviolente non sono mai comiche ma si prendono sempre, assolutamente sul serio.
Secondariamente, i potenti non sono mai davvero presi in giro: sono corrotti, violenti e assetati di potere, ma non è mai un tratto che li danneggia; è anzi la regola del Regno di Taglia, “Doma o Sarai Domato”. L’unico momento potenzialmente satirico è l’introduzione del Vescovo Onnipotenzo II, così iperbolico nella sua razionalizzazione del peccato che risulta impossibile prenderlo sul serio.
Un altro motivo per cui la lettura satirica delude è che anche nell’interpretazione più clemente (ovvero che l’Italia, come il Regno di Taglia, è fatta solo di gente malvagia e ignorante e potenti corrotti e violenti) è semplicemente… banale, noiosa e vecchia di duecento anni. Non c’è alcun tentativo di prendere di mira l’attuale classe politica odierna, nessun tentativo di beffare i Cinque Stelle o Salvini (che ai tempi dell’uscita di questo libro si capovolgevano in esilaranti disavventure governative).
Nel tentativo disperato di applicare questa lente, purtroppo siamo incappati in una ben peggiore. Vilupera, al contrario di satira e umorismo, ci è parsa una fantasia di potere degli autori: a nostro parere riprende e riproduce acriticamente e non satiricamente molti, troppi dei topoi macistici: l’implacabile legge del più forte, la mascolinità e la violenza esasperata, la morte come unico possibile giudizio, il potere come unico vero arbitro degli uomini, come esemplifica il motto di cui sopra.
E come quelli, molti altri echi nostalgici: “Mai Vinti, Mai Estinti”, “O Penumbria O Morte!”, “O le lame o la fame”, “Vincere, o crepare”, i Fratelli di Taglia (tentativo di satira, maldestro anche questo) che sono l’equivalente in-universe dei fasci di combattimento e rispondono al proprio comandante con cori di Duce! Duce! Duce!.
Non è propaganda conclamata, ovviamente, ma è un panorama che favorisce la propagazione di ideali chiaramente allineati; i nostalgici, dopotutto, sono attratti dall’immaginario di un mondo dove cane mangia cane e tutti se ne fregano, poiché suppongono che saranno loro a domare e gli altri, deboli, a essere domati. Il tutto nascosto sotto il velo (molto, troppo sottile) della non-serietà, della farsa e del fantasy.
È possibile che la nostra lettura sia esagerata e faziosa (come per molte opere contemporanee), ma allo stesso tempo ci ha sorpreso che nessuna delle altre recensioni che abbiamo letto prenda in considerazione questi chiarissimi segnali di una visione del mondo che non è semplice grimdark ma quasi un manifesto al macismo.
Un problema con le donne
Un altro elemento ricorrente e preoccupante all’interno del libro è la misoginia.
Ogni volta che un personaggio femminile entra in scena ci viene ricordato dalla maggioranza di quelli maschili che è dominabile e che va sottomessa, e che ovviamente non ci sia altra strada. Da questa dinamica non scampa una bambina -comparsa che sta per essere venduta come schiava – o peggio – ma che viene prontamente salvata dalla Lebbrosa.
Oppure c’è una scena, a parer mio inutile alla trama e inserita solo per aggiungere degrado e schifo alla storia, in cui una povera anziana è già stata violentata e poi quasi uccisa. Uno dei tirapiedi di un antagonista, in cerca della Lebbrosa per ucciderla, incappa per caso nell’anziana e pensa bene di aggiungersi alla sua sofferenza mentre questa muore, per poi tornare alla sua missione. Questa virgola di depravazione era necessaria? No, è stata aggiunta per il solo piacere del disgustoso.
Dalla misoginia e la violenza sulle donne non si salva neppure la Lebbrosa stessa che, nonostante ci venga descritta diverse volte più come un cadavere ambulante che una donna, comunque i suoi nemici si premureranno in ogni occasione di farci e farle sapere che prima di ucciderla la violenteranno.
Inoltre la Lebbrosa è quella che tra i due fratelli ha dovuto sacrificare di più per far crescere il bambino-mostro: se il Barbiere ci rimette “solo” un occhio e poco più, lei perde gran parte del volto e del corpo, tra cui il seno. In questo modo è costretta a rinunciare alla sua bellezza, alla sua femminilità, ma guadagna in minacciosità. Come se una donna bella non potesse incutere timore ed essere crudele.
Non a caso in Vilupera i personaggi femminili più rilevanti – Lebbrosa esclusa – in realtà non sono che un grazioso contorno, una deliziosa suppellettile agli uomini che invece sì che sono potenti, vili e importanti. Ovviamente anche queste donne sono soggette a ricorrenti appellativi volgari, per non farci mancare nulla.
È allarmante quanto la misoginia sia accettata e normalizzata in questo libro e come tentino di farla passare per tale anche al lettore, inserendola a forza in ogni occasione possibile per cercare di desensibilizzarlo e assuefarlo. Mai una volta viene mossa una critica verso questi comportamenti violenti e anzi, vengono fatte battutine al riguardo. Come se non fosse qualcosa in grado di spezzare una persona, che tanto è solo la graziosa cornice alle spalle di un uomo e come tale va trattata.
Conclusione
La nostra avventura nel Regno di Taglia è stata veramente ardua e sfiancante, ma certamente breve. È una saga che vi consigliamo di iniziare solo se avete interesse nella violenza fine a se stessa e nel disgusto senza scopo; noi ci fermiamo qui. Se questi sono i mondi che popoleranno il nostro futuro immaginario, se questa è l’Italia in cui gli autori contemporanei vogliono far vivere i loro lettori, avremo bisogno ben più che penne e tastiere per resistere.
E voi? L’avete letto? Se sì, fateci sapere cosa ne pensate!
“Intervengo raramente nei blog, ma sento il dovere di esprimere dissenso di fronte a quella che reputo una demolizione immotivata di un prodotto italiano, peraltro non politicamente schierato — cosa rara, nel contesto odierno della nostra bella ma complessa penisola.
A 50 anni suonati, con oltre un migliaio di libri letti, trovo che la recensione in questione sia semplicemente faziosa. Ho letto Vilupera e gli altri titoli degli stessi autori, e li ho trovati decisamente godibili e divertenti.
Non mi aspetto capolavori filosofici da un fantasy dark, e francamente non credo sia questo lo scopo del genere. Il romanzo si legge con piacere, ha una sua coerenza interna, uno stile particolare ma gestibile — almeno per chi possiede due sinapsi funzionanti.
Non mi dilungo oltre: sono un lettore, non un recensore soggetto ai venti delle correnti socio-politiche. Preferisco i libri per ciò che sono: storie da vivere, non da giudicare con pregiudizio
Distinti saluti
Mi trovo in completo disaccordo con questa recensione.
Vilupera è un’opera d’arte: un capolavoro di uno stile nuovo, ruvido e diretto, volutamente “ignorante” nel senso più espressivo del termine, come il dialetto romagnolo (che non è un generico dialetto del Nord Italia).
In questo libro non c’è politica né satira nel senso tradizionale: c’è piuttosto la costruzione di un universo parallelo, disturbante, crudele e profondamente immaginifico. Un mondo di fantasia, a tratti perverso, che si ispira alla storia e al folklore locali senza volerli spiegare o giudicare.
Non ci sono morali, né personaggi “buoni”: tutti sono colpevoli, persino gli eroi. Cercare un messaggio edificante, una critica all’Italia o un’allegoria di governi e ideologie significa, a mio avviso, leggerlo con la lente sbagliata.
Vilupera non chiede di essere interpretato, ma attraversato. È una visione potente, geniale e ipnotica, che va accettata per ciò che è, non forzata in categorie che non le appartengono.