Winchester

da | Racconti, Horror, Thriller

Un racconto di Veronica Villa. Foto di Devashish Gupta via Pexels.

«Gatto», sussurrava la bambina, riversa a terra in posizione fetale. «Gatto, gatto». Si tormentava il cranio scorticato con le unghie.

L’uomo entrò nell’abitazione facendosi largo tra assi annerite e pareti crollate. Scostò quel che rimaneva di una tenda con la canna del Winchester, rivelando i resti di un cadavere tra un cumulo di detriti. La caduta del tetto ne aveva sepolto e parzialmente smembrato il corpo, sfondando la cassa toracica e provocando il distacco degli arti superiori. Il fuoco si era occupato del resto, riducendo gli abiti a pochi aloni scuri impressi sulle carni e divorando la maggior parte dei tessuti molli. Valutò se sparare, ma rinunciò all’idea: non gli avrebbe dato noie.

«Gatto».

L’uomo avanzò di un passo, quel tanto che bastava per notare le sottili fratture che correvano sull’osso parietale ormai esposto. La bambina grattava il cranio coi polpastrelli gonfi, arrossati dalle ustioni. La carne, sciolta dal fuoco, era colata come cera, nascondendo un occhio. L’altro era stato asciugato dal calore, ma la pupilla continuava a muoversi al di sotto della superficie lattiginosa, nella frenetica ricerca di qualcosa di invisibile.

L’articolazione del gomito sinistro si era rotta e il radio era fuoriuscito dall’assetto, mostrando l’epifisi. L’uomo annusò l’aria, cercando di distinguere altri odori sotto l’invitante fetore della carne cotta. Niente. Il suo olfatto, sospirò, era peggiorato.

A giudicare dai movimenti, la bambina era morta quasi subito. Non l’aveva soffocata il fumo, non ce n’erano i segni: erano state le fiamme a finirla. Si avvicinò, distinguendo tracce di accelerante. Scosse la testa, disgustato.

«Gatto».

L’uomo caricò il Winchester, pronto a sparare. Il fucile, un vecchio modello del 1897, portava sei colpi: uno in canna, cinque nel tubo. All’uomo piaceva per la facilità con cui permetteva di crivellare i bersagli. Puntò l’arma contro la piccola.

Era un cacciatore. Il migliore, ora che era l’ultimo rimasto. Dopo quel giorno gli altri erano fuggiti o impazziti. Stava a lui completare il lavoro, almeno fino a quando la sua carcassa sarebbe riuscita a mettere un piede avanti all’altro.

Uscì all’aperto, superò la buca delle lettere risparmiata dalla furia del fuoco. Rimase a fissare l’acciaio arrugginito, senza sapere perché. Alla fine si allontanò dalla casa a passo svelto, facendosi strada fino al pick-up, abbandonato ancora acceso al limitare della foresta. Considerata la posizione isolata della casa era stata una vera fortuna che l’incendio non si fosse esteso agli alberi.

L’autocarro, in origine di color mostarda, era coperto da strati di fango secco e polvere.

L’orologio sul cruscotto era andato, ma a giudicare dalla posizione del sole doveva essere quasi mezzogiorno. Non che avesse importanza: aveva ancora del lavoro da terminare. Guidò ignorando i cartelli consunti dei limiti di velocità e sobbalzando quando le ruote incontravano rialzi e buche nell’asfalto rotto.

Una sagoma sbucò davanti al pick-up, schizzando a tutta velocità.

Spinse il pedale, ma i freni non furono altrettanto pronti e arrestarono la fuga dell’animale nel modo più brutale. Il rumore, come di noci frantumate, e il successivo tonfo resero una mera formalità controllarne il destino.

«Tanto peggio», borbottò, smontando infine dalla vettura.

Era una volpe, la pelliccia bruna e ispida. L’impatto l’aveva scaraventata lontano, in un volo di quasi due metri. Il sangue scuro della bestia aveva imbrattato le ruote anteriori e il cofano, e già iniziava a spandersi lungo la strada.

L’uomo si chinò sulla carcassa ancora calda per ricostruire la traiettoria della sua folle corsa. Che fosse terrorizzata era evidente; da cosa, era ora di scoprirlo.

Si rialzò con un grugnito, lo sguardo verso gli alberi che affiancavano la via e che si raggruppavano addensandosi in un bosco che si faceva impenetrabile alla vista a nemmeno trenta metri di distanza.

Quella era la direzione. Avrebbe dovuto controllare di persona? Scalciò il cadavere per toglierlo di mezzo. Tornò nell’abitacolo e dispiegò la mappa lurida.

Anche se la zona da bonificare era più a nord, ciò ovviamente non escludeva che qualche bersaglio potesse essersi spostato nel frattempo. Ma di quanto?

In ogni caso, valeva la pena controllare. Imbracciò il fucile a pompa e si spinse nel terreno dissestato.

Si era inoltrato tra le fratte da più di cinque minuti quando il suo campo visivo si spalancò su un fiume. Rami e massi erano accumulati in una diga raffazzonata, sfaldatasi in più punti. L’acqua fuoriusciva in rivoli attraverso i rami accatastati ; l’ambiente era animato dal frinire di grilli e cicale, ma nessun cinguettio.

Un relitto dalla forma insolita galleggiava, troppo lontano perché potesse distinguerne i dettagli. Marrone, simile a un tronco, diverso dagli altri detriti distaccatisi dalla diga; c’era qualcosa di strano nel modo in cui galleggiava.

L’improvviso gracchiare di un corvo richiamò la sua attenzione. Si girò verso il bosco, sperando di scorgervi un frullio di piume nere.

Dopo quel giorno, era diventato raro veder volare qualcosa. Seguì il suono fino a uno spiazzo erboso.

Abbandonato a un castagno c’era un corpo riverso. Una corda consunta legata attorno al collo era testimonianza di quel che era stato compiuto in quel luogo.

Un ramo mezzo marcito giaceva al suolo, spezzato. A giudicare dalla vestaglia lurida e dalla lunghezza della chioma biondo paglia, poteva trattarsi di una donna. Due corvi erano posati sul viso cinereo, banchettavano con quanto restava.

Con rinnovata furia uno dei corvi saettò e con una singola beccata le strappò via il labbro inferiore. Non ne colò sangue.

Lo stato di decomposizione. Il gonfiore. Persino il colore dell’erba. Ogni elemento parlava di una morte databile a non meno di dieci giorni prima.

Una lunga scia di formiche si allontanava dalle dita violacee e mangiucchiate. Il ventre era squarciato da morsi, così come le cosce: opera di animali di piccola taglia, come la volpe. E non da sola: i bordi interni delle ferite pullulavano di larve bianche, alcune già in stadio pupale.

Era estate. Se avesse dovuto tirare a indovinare, avrebbe detto che la donna era esposta da circa una settimana.

Sul collo erano presenti tracce di sangue secco e graffi. Un’unghia era conficcata nella corda. L’uomo cercò di figurarsi la scena. La donna doveva essersi arrampicata e poi buttata, ma aveva calcolato male le distanze e il collo non si era rotto subito. Doveva aver danzato a lungo su quella forca.

Uno dei corvi gracchiò, il becco rivolto all’orbita spalancata.

Fu allora che la mano tumefatta della donna si sollevò, rapida, e lo agguantò. L’altro uccello si sottrasse alla morsa fatale e fuggì senza soccorrere lo sfortunato compagno, che si dibatteva impotente nella presa, mordendo e strillando. Se le ossa della mano si fossero rotte, avrebbe potuto liberarsi.

Il braccio si spostò sull’erba, trascinando con sé l’uccello. La donna levò il volto saccheggiato, bluastro, verso il cielo.

Gli occhi velati erano quieti e del tutto ignari tanto del parassita appena scacciato quanto della preda appena ottenuta. Fissava il cielo con compostezza e grazia tali da rendere impossibile credere che quelle dita che poco più sotto stringevano il corvo appartenessero allo stesso corpo. Né d’altra parte si sarebbe potuto credere condiviso tra quelle dita e quegli occhi l’istinto furibondo che condusse infine il cranio del corvo ad aprirsi in uno schiocco.

E mentre il nuovo sangue impregnava il terreno, l’uomo impugnò il Winchester e fece fuoco. Il collo della donna esplose al primo colpo, al secondo uno squarcio le dilaniò il petto. Schegge d’osso rimbalzarono via per la forza dell’impatto. La testa scivolò tra le gambe. Le dita si fermarono.

L’uomo si allontanò, cauto, senza voltare le spalle al corpo. Si chiese cosa avesse suscitato l’interesse delle orbite asciugate e dei bulbi rattrappiti.

Non si accorse di nulla quando una stretta viscida gli occluse la bocca. Si divincolò, ma la fredda presa non demordeva.

Cercò di assestare all’assalitore un colpo con la canna del fucile, ma non sortì alcun effetto. Il Winchester gli sfuggì dalle mani.

Dimenandosi riuscì a distinguerne il colorito tra il grigio scuro e il marrone. La pelle molle era come crosta che andava sfaldandosi. Gli tornò in mente la strana forma del tronco nel fiume, riconoscendovi ora il suo nemico. Imprecò. Scalciò ancora. Si maledisse. Da quanto era seguito? Dall’esatto istante in cui aveva voltato le spalle alla diga, convinto non ci fosse alcun pericolo? O da prima, quando la volpe si era schiantata?

Si sbilanciò in avanti, in un disperato tentativo di far perdere l’equilibrio all’avversario, ma quello non cedette.

L’uomo morse la mano che lo soffocava, staccandone con fin troppa facilità un largo boccone.

Liberata la bocca, si abbassò di colpo e gettandosi a terra recuperò il fucile.

Esplose tutte le pallottole che gli restavano. Pezzi di carne cerosa, frammenti d’osso e sangue coagulato volarono in ogni direzione, lasciando il nemico ad accasciarsi su se stesso.

L’uomo frugò nella tasca della giacca, cercando i proiettili di riserva. Ne trovò quattro, con cui ricaricò svelto il Winchester.

Si guardò le mani, indugiando sul proprio colorito verdastro.

Decomponeva troppo in fretta, fu l’amara conclusione. Presto sarebbe tutto finito.